Ci sono fili che non vediamo e che pure tengono insieme parti importanti della nostra vita. Ci legano alle persone che amiamo, a quelle con cui siamo cresciuti, a chi abbiamo incontrato lungo la strada, ma anche a chi abbiamo perduto o da cui ci siamo allontanati. Alcuni sono fili forti, intrecciati nel tempo attraverso esperienze, parole, gesti condivisi. Altri si tendono, si allentano, sembrano sul punto di spezzarsi. Altri ancora si interrompono davvero e lasciano dietro di sé uno spazio vuoto, una parte di trama che non sappiamo bene come ricomporre.
Forse le relazioni funzionano proprio così: raramente procedono in linea retta. Si avvicinano e si allontanano, cambiano forma mentre cambiamo noi, attraversano momenti di vicinanza e altri di distanza. Ci sono persone che pensavamo sarebbero rimaste per sempre e che a un certo punto prendono un’altra strada, altre che incontriamo quasi per caso e che finiscono per occupare un posto importante nella nostra vita.
È forse questo che mi interessa della parola fili: la possibilità di pensare alle relazioni non come qualcosa di immobile, ma come una tessitura continuamente in corso.
Grillo, Annet Schaap, traduzione di Anna Patrucco Becchi, edito da La Nuova Frontiera Junior
In Grillo di Annet Schaap con traduzione di Anna Patrucco Becchi edito da La nuova Frontiera Junior, potente, avvincente e indimenticabile riscrittura de I cigni selvatici di Hans Christian Andersen, i fili sono quasi ovunque. Si intrecciano legami familiari complessi e articolati, ma si tessono anche relazioni nuove e inaspettate con personaggi dai quali tutto ci saremmo aspettati tranne, forse, di scoprire un cuore così grande.
E poi si tessono le ortiche. Ortiche che pungono, feriscono, lacerano le mani. È un’immagine che mi sembra raccontare molto bene alcuni dei legami più importanti della nostra vita: relazioni che possono farci male, costringerci alla fatica, ferirci e farci sanguinare e per le quali, nonostante tutto, siamo disposti a lottare. Non perché ogni relazione debba essere mantenuta a qualunque costo, ma perché esistono legami che, pur attraversando momenti di fatica, di allontanamento e persino di abbandono, continuano a essere parte di noi. Hanno contribuito a costruirci, ci hanno formato e finiscono per entrare a far parte della nostra bussola interiore. Altri invece che è meglio lasciar andare! Forse è proprio questo il paradosso di alcuni fili: possono pungere e ferire e, nello stesso tempo, essere così profondamente intrecciati alla nostra storia da non poter semplicemente essere cancellati. Possiamo prendere le distanze, arrabbiarci, smarrirci, ma ciò che quella relazione ha significato continua in qualche modo ad appartenerci. Il volo delle rondini, Hilary McKay, traduzione di Elisabetta Gnecchi Ruscone, edito da Giunti editoreIn Il volo delle rondini di Hilary McKay, traduzione di Elisabetta Gnecchi Ruscone, edito da Giunti editore, i fili diventano invece una vera e propria tessitura di vite. La storia si svolge sullo sfondo della Seconda guerra mondiale e le esistenze dei personaggi, alle prese con le proprie relazioni familiari e amicali, finiscono progressivamente per intrecciarsi. Erik e Hans, Ruby e Kate, Rupert e Clarry affrontano le loro vite cercando di tenere insieme legami familiari, amicizie, relazioni sociali, mentre ciascuno porta con sé un carattere, desideri e aspirazioni profondamente differenti. Alcune di queste vite sono già strettamente intrecciate: Erik e Hans sono amici fin da piccolissimi, così come Ruby e Kate possiedono una storia comune, e lo stesso accade per Clarry e Rupert. Sono fili che esistono già prima che la Storia irrompa nelle loro vite. Poi arriva la guerra. Ed è proprio lì che la metafora del filo acquista un altro significato, perché la guerra talvolta unisce e talvolta separa, avvicina persone e ne allontana altre, spezza traiettorie e ne crea di nuove. Tutti quei fili, quelle complesse trame di vita, continuano a intrecciarsi dentro qualcosa di molto più grande di loro. Le scelte, le perdite, gli incontri, gli affetti e gli avvenimenti storici entrano continuamente nella tessitura e la modificano. Alla fine della guerra le vite dei personaggi non sono più quelle dell’inizio e i fili hanno trovato nuove collocazioni. Forse anche le nostre relazioni funzionano in questo modo. Alcuni fili nascono molto presto e sembrano destinati ad accompagnarci sempre, altri entrano nella trama in un momento preciso e la cambiano. Ci sono eventi che li tendono fino quasi a spezzarli e altri che, inaspettatamente, li avvicinano. Nessuno di noi costruisce la propria storia da solo: continuiamo a intrecciarci alle vite degli altri, e ogni incontro modifica almeno un poco il disegno complessivo. Le piccole astuzie, Deborah Ellis, traduzione di Federico Taibi, edito da La Nuova frontiera JuniorIn Le piccole astuzie di Deborah Ellis, traduzione di Federico Taibi, edito da La Nuova frontiera Junior la situazione è diversa, perché qui ci troviamo davanti a fili che si sono davvero spezzati. Kate è una ragazzina sveglia, tosta, intraprendente. Vive con una nonna particolarmente rigida, che le impone regole molto precise, e soffre di attacchi di rabbia tanto forti da essere stata sospesa da scuola per ben tre volte. Ma dietro la rigidità, la severità e la durezza della nonna, così come dietro la rabbia di Kate, ci sono dei fili interrotti. Legami lacerati che hanno lasciato cicatrici profonde, veri e propri buchi nella trama. Ed è questa l’immagine che mi sembra più interessante: ci sono buchi nei quali è impossibile cominciare semplicemente a tessere qualcosa di nuovo, perché prima ciò che si è rotto deve essere guardato e, per quanto possibile, riparato. Kate e sua nonna hanno bisogno di affrontare il legame con la madre. Devono capire che cosa è accaduto, come provare a ricostruire quel filo e come riuscire, forse, a tessere una relazione differente, anche se faticosa e complessa. Qui riannodare non significa tornare indietro. Non significa fingere che ciò che è successo non sia successo e nemmeno riportare la relazione a una forma originaria ormai impossibile da recuperare. Significa provare a dare una forma nuova a un filo segnato da ciò che ha attraversato. Ma Le piccole astuzie apre anche un’altra possibilità: quella di perdonare, per quanto possibile, ciò che è stato e soprattutto di aprirsi a relazioni nuove. Perché qualche volta siamo così impegnati a guardare il filo che si è spezzato da non accorgerci dei fili che stanno entrando nella nostra vita. E invece forse abbiamo bisogno anche di questo: non soltanto riparare ciò che è stato, ma permettere a nuove persone di entrare nella trama e di occupare uno spazio che prima non esisteva. Le bambine di solito non salgono così in alto, Alice Butaud, illustrazioni di Francois Ravard, tradotto da Silvia Turato, pubblicato da la Nuova Frontiera Junior. C’è infine un’altra immagine dei fili che mi ha colpita leggendo Le bambine di solito non salgono così in alto: quella dei legami rimasti in sospeso, il romanzo è stato scritto da Alice Butaud con le illustrazioni di Francois Ravard, la traduzione di Silvia Turato, pubblicato da La Nuova Frontiera Junior. Non sono fili davvero spezzati. Sono fili che rimangono, in qualche modo, penzolanti dentro e fuori di noi. Sappiamo che ci sono. Sentiamo che la tessitura non è completa, che manca una parte della trama, qualcosa che appartiene all’intreccio primario della nostra storia e quindi anche della nostra personalità. Forse proprio per questo continuiamo a cercarli. Ci sono legami che non abbiamo potuto vivere fino in fondo, storie che non abbiamo conosciuto, parole che non sono state dette, relazioni che per molto tempo non hanno trovato una forma. Eppure quel filo continua a esistere perché ciò che manca può essere presente nella nostra vita quanto ciò che abbiamo avuto. Sono quei fili che, prima o poi, abbiamo bisogno di prendere tra le mani e provare a intrecciare, non necessariamente per ricostruire ciò che non è stato, ma per trovare una nostra dimensione più piena, dentro e fuori di noi. E allora Grillo, Il volo delle rondini, Le piccole astuzie e Le bambine di solito non salgono così in alto raccontano fili molto diversi. Ci sono quelli che pungono e feriscono ma che continuiamo a sentire profondamente nostri; quelli che si intrecciano con altre vite e cambiano continuamente posizione; quelli che si sono spezzati e chiedono di essere guardati prima ancora che riparati; quelli rimasti sospesi, che continuano a ricordarci che nella nostra tessitura manca ancora qualcosa. Pensare alle relazioni come fili significa allora accettarne anche la precarietà. Ci sono fili che teniamo stretti per tutta la vita e altri che ci accompagnano soltanto per un tratto. Ci sono fili che si spezzano e che continueranno a far male proprio perché sono stati importanti. Alcuni possono essere riannodati, ma il nodo rimarrà visibile e forse è giusto che sia così. Altri devono essere lasciati andare. E poi ci sono quelli che rimangono sospesi per anni, in attesa che troviamo il coraggio, il tempo o le parole per capire che cosa farne. La nostra tessitura, però, non è composta soltanto dai fili che sono rimasti integri. Forse crescere, e non soltanto da ragazzi, significa anche imparare a guardarli senza pretendere che ogni relazione abbia lo stesso destino. Capire quali fili vale la pena continuare a tessere, quali hanno bisogno di essere riparati, quali devono cambiare forma e quali invece abbiamo bisogno di lasciare andare. E forse significa anche accorgerci di quelli che sono ancora lì, sospesi dentro di noi, perché una parte della trama continua a chiedere di essere guardata. Quali sono i fili che hanno costruito la nostra storia? Quali continuiamo a tenere perché fanno parte della nostra bussola interiore? Quali avremmo bisogno di riannodare e quali, invece, di lasciare andare? E quali nuovi fili stanno già entrando nella nostra vita, anche se ancora non sappiamo quale disegno contribuiranno a creare? di Naida Maranzana per ALTRƎTRAME Leggi qui il nostro editoriale |
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