A seguito dell’esperienza in qualità di membri della giuria dei lettori e delle lettrici per il Premio Rodari 2025 di Omegna, abbiamo avuto la possibilità, grazie alla gentilezza e disponibilità di alcuni autori, che abbiamo contattato, di porre loro alcune domande relazionate alle opere vincitrici, ma non solo.
Oggi siamo entusiaste di proporti l’intervista che Gionata Bernasconi autore di “Oceano”, un romanzo edito da Einaudi Ragazzi, ci ha gentilmente concesso. L’ha intervistato per noi Naida Maranzana.
Naida Maranzana: Ciao Gionata, benvenuto nel nostro Spazio Narrante, ti ringraziamo sin da subito per la tua disponibilità.
Gionata Bernasconi: Grazie a voi.
NM: Questa intervista nasce dal nostro incontro con il tuo libro Oceano che abbiamo letto e discusso durante la partecipazione alla giuria dei lettori e delle lettrici del Premio Rodari di Omegna. Alcune di noi, appartenenti all’associazione ALTRƎTRAME, hanno avuto modo di confrontarsi sul testo all’interno della giuria popolare, e da quel dialogo è nata la curiosità di approfondire la tua voce e la tua visione.
Oceano è un libro potentissimo, che non fa sconti al lettore. É la storia di Alice e Milo, due fratelli, che si trovano a dover sopravvivere con pochissime provviste in un canotto in mezzo all’Oceano. Fin dalle prime pagine disperazione e umanità combattono tra di loro, si alternano. In Oceano non c’è spazio per l’illusione: il racconto mette subito il lettore davanti alla paura, alla fame, alla disperazione, ma anche alla forza di restare umani.
Da dove nasce la decisione di raccontare la realtà in modo così essenziale, senza attenuarne la durezza, ma con una fiducia piena nella capacità del lettore di attraversarla?
GB: Quando scrivo parto sempre dal presupposto che i ragazzi e le ragazze non hanno bisogno di morali da parte degli adulti, ma della loro fiducia. Per questo motivo, anche in Oceano, la mia intenzione non è quella di “insegnare” qualcosa o di indicare la rotta da seguire. In genere, i miei protagonisti agiscono e pensano in un certo modo. Poi ogni lettore potrà scegliere e capire a quanto assomiglia a Milo, Alice, ma anche al papà, al marinaio dagli occhi di smeraldo ma pure alla balena, agli squali o alle meduse, che dietro un’apparenza innocua possono nascondere dei filamenti velenosi, proprio come certe persone. E, forse, ogni lettore si renderà conto che per alcuni aspetti assomiglia a uno e per altri aspetti all’altro. Poi saranno i ragazzi e le ragazze, da soli o con i loro docenti, a trarre delle riflessioni sugli abissi e gli orizzonti di ognuno e, più in generale, del Mondo.
NM: Credi che i libri per ragazzi debbano offrire uno spazio di protezione o, al contrario, di esposizione al reale?
GB: I libri per ragazzi, in qualche modo, parlano sempre del reale in forma di metafora o allegoria. E ne succedono tante di cose nel Mondo, ma anche nel proprio mondo interiore, non meno reale solo perché più intimo. Ai ragazzi e alle ragazze si può parlare di tutto, fin dalla più tenera età, ma va fatto con la delicatezza che meritano e l’attenzione per le loro fasi di sviluppo. La protezione è necessaria, ma non va confusa con l’edulcorazione, l’evitamento o la menzogna rispetto determinati temi. Non esporre i ragazzi e le ragazze alla realtà che li circonda, di certo non migliorerà il Mondo, mentre riflettere onestamente sulle tematiche e confrontarsi con dei valori, forse li farà crescere con maggiori strumenti per affrontare la vita.
NM: Mi ha molto colpito la scena in cui il papà taglia la fune che teneva attaccato il canotto alla barca; a quella stessa fune Alice si aggrappa durante la tempesta. Da un lato quasi il taglio di un cordone ombelicale che consegna i due bambini all’Oceano della vita, dall’altro l’ultimo legame al quale tenersi aggrappati. Cosa rappresenta per te quella fune? È solo un legame che si spezza, o anche la possibilità di rinascere proprio attraverso quel distacco?
GB: La fune non è qualcosa che si spezza, ma un legame che cambia destinazione e ridefinisce delle priorità. Per me, e qui svelo qualcosa di intimo e personale, la fune rappresenta anche il legame con i miei tre figli, Sofia, Adele e Martino. È lo sguardo fiero e un po’ malinconico di un papà nel vederli seguire le proprie rotte nella speranza di aver dato loro sufficienti strumenti per navigare da soli. Per esteso, in Oceano, la fune rappresenta il Mondo adulto che investe e da fiducia alle nuove generazioni. Da un lato è un omaggio ai giovani, ma anche alla responsabilità di chi si occupa di loro.
NM: I due bambini hanno comportamenti, visioni, emozioni totalmente diversi rispetto a ciò che accade. Tra le pagine del libro assistiamo alla crescita di Alice, quasi un viaggio iniziatico che prende forma attraverso le sue scelte, la determinazione e la capacità di riconoscere con lucidità le battaglie che vale la pena combattere. Spetta ad Alice preservare e custodire la vita di Milo. Chi è, per te, Alice? È una bambina che cresce per necessità, o rappresenta la forza di chi sa tenere viva la speranza anche quando tutto sembra perduto?
GB: Quella che apparentemente è un’avventura nata da un evento drammatico, in realtà, è anche un viaggio dentro la crescita di Alice. Gli incontri che la ragazza farà assieme al fratellino, con le creature del mare, ma anche con le intemperie, la sete, la paura e la speranza, sono metafore sulle difficoltà e l’imprevedibilità della vita e sull’importanza dei legami, da cui spesso dipende la nostra sopravvivenza. Per questo motivo, la cura e l’attenzione con cui Alice si occupa di Milo, nonostante i momenti di sconforto che rischiano di schiacciare anche lei, per me rappresenta il modello di persona che vorrei tutti avessero accanto nella vita. Non solo intesa come “sorella”, ma anche come “istituzioni”, (perché sempre di persone si tratta) che sappiano crescere, anche nei momenti di tempesta, dando prova di altruismo verso le persone più fragili.
NM: Il canotto rappresenta per i due bambini la casa, il rifugio, ma al contempo il pericolo, l’essere in balia delle forze della natura, l’incertezza legata alla sopravvivenza. Ti va di raccontarci cosa rappresenta per te questo spazio sospeso, in bilico tra salvezza e pericolo?
GB: Per me l’Oceano, scritto sempre in maiuscolo come il nome dei protagonisti, significa molto più di un luogo, ma salpare ed esplorare la vita cercando degli orizzonti (metafora di obiettivi, navigazione, scoperta) e, più in verticale, esplorando gli abissi e le profondità, che possono essere quelli fisici dell’Oceano ma anche quelli emotivi delle persone. Per questo il canotto non si situa in un mare preciso o in un determinato Oceano, perché il suo posto è nelle persone che lo leggono. Il canotto è quindi metafora di “casa, scuola, quartiere, perfino Nazione” dove ci si può sentire al sicuro o, a volte, anche in prigione. Fragili o protetti a seconda delle circostanze e dei venti. Ma il canotto può essere anche metafora di “nido” come luogo dal quale si può spiccare il volo.
NM: La balena ritorna più volte nel libro, come una presenza silenziosa, ma carica di significato: sfiora il canotto, si lega al ricordo del padre, riappare nel sogno di Milo.
Cosa rappresenta per te questa balena?
GB: In questo racconto volevo fare emergere come, di fronte all’immensità dell’Oceano, anche le piccole cose e i gesti semplici possano diventare preziosi. Condividere l’ultimo biscotto, ad esempio. Ma anche confrontarsi con la Balena, dal cuore immenso e al contempo minuscola in mezzo all’Oceano. Un incontro di peso, nonostante la leggerezza che ha mostrato nello sfiorare il canotto, che mi ha permesso di giocare con gli spazi e le dimensioni che sono sempre un po’ relativi.
NM: In Oceano ritornano più volte gli echi delle fiabe: da Pinocchio ad Alice nel Paese delle Meraviglie, fino al principe azzurro.
Che ruolo hanno avuto per te le fiabe nella scrittura di questo libro e, più in generale, nel tuo percorso di autore?
GB: Da un lato sono citazioni sommerse, per usare un termine oceanico, come omaggio alla letteratura per ragazzi che, proprio come un’eco giunge da lontano e si propaga. Nel mio caso arriva dai racconti che mia mamma mi leggeva sin da piccolo, tutte le sere prima di addormentarmi, e che a mia volta o ripetuto con i miei figli. Ma le storie possono essere nascoste in qualsiasi posto, ed è questo che più mi affascina. Forse il mio percorso di autore nasce dalle fiabe ma continua nell’osservare le crepe nei muri.
NM: Come hai raccontato a Omegna tu hai una visione del finale di questa storia, ma preferisci che ogni lettore trovi il suo finale. Una scelta molto rodariana. Cosa significa per te lasciare aperta questa storia? È un modo per restituire al lettore la responsabilità di immaginare, o per dire che le storie, come la vita, lasciano sempre spazio alla possibilità?
GB: Esatto, nella mia testa il finale non è sospeso, ma ho deciso di non svelarlo a nessuno, nemmeno sotto tortura. Qualche indizio sulla mia visione dell’epilogo l’ho seminato ma, volutamente, ho anche lasciato aperte delle soluzioni perché ognuno possa proiettare i propri desideri e specchiarsi nelle proprie sensibilità.
NM: Ti ringraziamo moltissimo per la tua gentilezza e disponibilità e ci auguriamo che le nostre rotte possano incontrarsi di nuovo.
GB: Grazie a voi, felice di aver condiviso un pezzetto del viaggio di Milo e Alice con ALTRƎTRAME.
Intervista a cura di Naida Maranzana per ALTRƎTRAME

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