giovedì 18 dicembre 2025

Verso la città al ritmo di rock and roll - Intervista a Giulio Fabroni

A seguito dell’esperienza in qualità di membri della giuria dei lettori e delle lettrici per il Premio Rodari 2025 di Omegna, abbiamo avuto la possibilità, grazie alla gentilezza e disponibilità di alcuni autori, che abbiamo contattato, di porre loro alcune domande relazionate alle opere vincitrici, ma non solo.

Siamo davvero liete di proporti l’intervista che Giulio Fabroni, autore di Bitels edito dalla casa editrice Sinnos, ci ha gentilmente concesso. L’ha intervistato per noi Barbara Tirelli, a Roma a spasso nei luoghi che il romanzo attraversa, incontrandolo su una panchina del Belvedere di Monte Ciocci, da dove si vede tutta la città.


Veduta di Roma dal Belvedere di Monte Ciocci
Veduta di Roma dal Belvedere di Monte Ciocci

Barbara Tirelli: Ciao Giulio, benvenuto nel nostro Spazio Narrante, ti ringraziamo molto per la tua disponibilità. L’idea di questa intervista nasce dall’incontro con il tuo libro, Bitels, che ha vinto il Premio Rodari 2025 come miglior romanzo. La storia di un viaggio che il protagonista, Pinò, compie dalla Montagna del Sapone al centro di Roma, andata e ritorno. Una giornata ricca di emozioni che renderà diversi ai suoi occhi sia se stesso che la sua casa. Ripercorriamo insieme le tappe di questo viaggio partendo dai margini, dal fuori, da quello che c’è prima di entrare a Roma, dalle colonne d’Ercole. Quando Pinò sale su a Monte Ciocci, dove siamo noi adesso, guarda Roma dall’alto e ha paura di lanciarsi nel vuoto di questo smisurato panorama che promette di mangiarselo se perde l’equilibrio. Tant’è che scrivi: Roma era mostruosa, affamata, vorace. Tanto enorme e muscolosa quanto Pinò era debole e piccolo. L’emozione più forte che provava osservandola era il sollievo di non dovercisi avvicinare mai.

Pinò a Roma non ci vuole andare. Come definiresti questo sentimento che prova?

GIULIO FABRONI: È paura, la risposta è quella più giusta e banale. È un timore, è una paura proprio di non farcela, di non essere all’altezza, di non reggere. Adesso chi leggerà, magari con le foto, se lo può immaginare, noi ce l’abbiamo davanti. Vedi queste proporzioni impressionanti, questi numeri, tutto affastellato, tutto insieme, sembra troppo! Quindi è una paura, è una sopraffazione però è anche quell’impressione un po’ dello zoo, di dire: “l’animale feroce è lì, ma è in gabbia, incatenato quindi è vicino, lo posso vedere, posso sentire comunque un brivido perché so che se lo toccassi mi staccherebbe la mano, però è lì quindi finché è lì va tutto bene, non mi viene a prendere e se non ci vado io di sicuro non mi succederà niente.”
E invece poi bisogna andarci!

BT: Questa paura che tu descrivi è la paura di una città negli anni ‘60, che però adesso è molto diversa. Primavalle, la prima borgata storica di Roma, non è più così, adesso le baracche non ci sono più. Però le grandi città, come Roma, ma anche altre, fanno ancora paura, secondo te?

GF: Secondo me fanno più paura! Immaginando di tuffarmi con Pinò in questa Roma del ‘65 chiaramente un po’ con gli occhi dell’idealizzazione, di chi non c’è stato, di chi l’ha sentita raccontare (tu senti raccontare sempre il meglio, vedi sempre le cose belle poi, a posteriori), mi sono immaginato di trovare una città che io oggi rimpiango, il rimpianto di quello che non ho vissuto. Quindi ho un po’ trovato, scrivendo, la città che oggi mi piacerebbe trovare e che spesso non trovo. Poi delle cose Roma chiaramente non le ha specifiche al ‘65, sono di Roma per sempre e in qualche modo la signora affacciata al terzo piano la troverai sempre, non è specifica di un tempo andato, o la troverai in forme diverse. Però la troverai.
Ho immaginato una città che avesse meno pericoli, meno affollamento, meno ombre dietro l’angolo e più ombre che puoi riconoscere, più pericoli che ti puoi aspettare. Mentre oggi quello che a me spaventa delle città veramente grandi è spesso il non sapere cosa ti può arrivare. Ho vissuto a Torino dopo il liceo per due anni e mi piaceva tantissimo: “Torino, ah che bello! Giro per la città, mi sento felice a tutte le ore, è bellissimo, sicuro, tutto è illuminato, non succede niente”. Poi un giorno mi ricordo che c’era stata questa notizia di un ragazzo che era stato accoltellato sul lungo Po da una persona squilibrata, quindi non con un movente, e quando gli avevano chiesto: “Ma perché hai ucciso questa persona?” lui ha risposto: “Perché rideva. Perché rideva troppo.” Questo nella Roma di Pinò io non ce l’ho messo, non c’è, Pinò non incorre in quel tipo di pericolo, non c’è quel tipo di paura che lo aspetta dietro l’angolo.
Ci sono paure più razionali come i Carabinieri, i soldi, i bulli, le persone che ti picchiano, paure che puoi comprendere. Anche questo è un po’ il suo percorso: arrivare a comprendere umanamente le cose che ti fanno paura. Mentre secondo me oggi (ma questa è la mia esperienza, non voglio spaventare nessuno! Venite a Roma, andate nelle grandi città, state attenti, ma andate nelle grandi città) c’è quell’elemento di imprevedibile che sicuramente c’era anche nel ‘65, non dico di no, ma nella Roma di questo libro non c’è e oggi secondo me è quello che può spaventare di più.

Giulio Fabroni e il Belvedere di Monte Ciocci
Giulio Fabroni e il Belvedere di Monte Ciocci

BT: In base alla tua esperienza personale, considerando che vieni dalla provincia, come ti immagini che possa essere per i ragazzi e le ragazze che abitano nelle periferie? Esiste un discorso di città giudicante, Roma si fa ancora scudo delle sue mura e delle griglie di sbarre per fare una sorta di selezione all’ingresso?

GF: È diverso oggi secondo me anche perché, specialmente per chi è più giovane, oggi una barriera fisica non è la vera barriera, anche se vivi fuori da una realtà hai mille modi di vedere com’è fatta dentro. Non è come la Roma di Pinò, che vedendola da fuori, chiusa con le mura, tu non sai cosa c’è dentro, lui dice: “Al Vaticano mi dicono che c’è San Pietro, ci possono stare gli angeli del paradiso dentro, io non lo so!”
Oggi secondo me una persona che viene dalla provincia o dalla periferia si fa un’idea di cosa c’è dentro, c’è una forma di accessibilità in più e quindi la selezione non è tanto all’ingresso, è più quando entri che ti accorgi delle tante forme di barriere che ci sono. Arrivare da una provincia o da una periferia non è più tanto un discrimine che separa chi è della città da chi viene da fuori, anche perché oggi chi è nato dentro la città è quasi più una mosca bianca. Specialmente in città come Roma, i romani che si vivono Roma e che amano Roma e che danno forma a Roma e che ne cambiano il volto sono quelli che vengono da fuori, sono quelli che si innamorano. Poi ci sono i romani, ma sono sono più un reperto archeologico quasi, quelli che sono di quel quartiere lì, che sono un po’ uguali nel tempo e che per certi versi (ma lo dico senza crudeltà e senza provocazione), sono anche meno interessanti. Entrare nella città è relativamente facile, è rimanerci che è più difficile. Quindi la selezione secondo me non è all’ingresso, è chi poi decide che veramente vuole restare dentro questa città, vuole viversela e fare qualcosa che trova gli ostacoli, da dentro però, non da fuori. Restare qui e continuare a fare quello che si vuole fare come lo si vuole fare, specialmente se è qualcosa che diverge, è la sfida. Entrare si entra, bisogna vedere se si rimane.

BT: A un certo punto Pinò sconfina. Gli cambia la terra sotto ai piedi, nel vero senso della parola: passa dall’asfalto polveroso ai duri sanpietrini, dalle casette popolari fatte di cartapesta, dai quartieri sperduti della Montagna del Sapone e della Valle dell’inferno a Roma, dove i palazzi sembrano torte ma è bene non fidarsi, come Hansel e Gretel davanti alla casa della strega. Bitels è una fiaba moderna?

GF: Sicuramente sì, ma non è programmatico. Non ho voluto scrivere una fiaba moderna, mi è uscita così e quindi si vede che avevo bisogno io di una fiaba moderna, che ho percepito che c’era bisogno di questa cosa qui. In quest’ultimo anno sto incontrando classi, ragazzi e ragazze, parlo con loro e una domanda che faccio spesso, perché la percepisco come un mio punto debole a volte nelle cose che scrivo, è: ma va tutto troppo bene? Ci sono troppe coincidenze positive? Si risolve sempre tutto per il meglio, troppo facilmente? Qualcuno mi dice di sì, qualcuno dice: “Dai questa situazione si è risolta perché sì, arriva il deus ex machina”. E io credo che un pochino, almeno a me, serva credere in un deus ex machina, mi fa bene pensarlo.
C’è veramente poco di immaginario in questa storia, io ci tengo e ci ho tenuto che fosse realistica, che fosse riconoscibile, perché appunto l’obiettivo non era quello di scrivere una fiaba, in un mondo che non esiste e in un tempo che non esiste. Ma l’idea è di dire che forse anche nella nostra vita possono esistere le fiabe, che la nostra vita può avere un risvolto da fiaba e non voglio dire che è crederci la soluzione, però di sicuro male non fa.

BT: Una fiaba che racconta la vita di chi sta ai margini, in una periferia che spesso viene descritta criminale e deviante o senza speranza. Qui invece la speranza c’è ed è tutta nel protagonista e nella sua spinta a scoprire, a emozionarsi, a fare la pace invece che la guerra. Insomma tutto nello iè iè iè. Che cos’è per te lo iè iè iè?

GF: Ci ho messo tutte le pagine del libro per per cercare di capire io, con me stesso, che cos’è questo iè iè iè, se lo sapessi credo che avrei risolto un interrogativo che affligge da più di un secolo chi ama questa musica qui, perché è l’anima di questa musica. Il rock and roll non è una cosa definibile, mille altri tipi di musica si possono definire, ti posso spiegare cos’è che rende il jazz jazz, anche se il jazz è per sua definizione il più indefinibile, io ti posso dire che l’indefinibile è la qualità del jazz. Il rock and roll non so che che qualità abbia. Però ha qualcosa di speciale, qualcosa che non solo ti carica, ti esalta, ti emoziona o ti dà energia, ma che ti anima. Ti può animare nella tristezza, nella contemplazione, nel lutto, ti anima e non ti lascia indifferente alle cose e ti fa sentire che che in tutti può battere questa cosa, non è per pochi, per alcuni o per quelli che si somigliano. Lo iè iè iè può battere in Pinò, come nel carabiniere, come in Anna Magnani, come in sua mamma, come nel papa, in tutti può battere lo iè iè iè ed è potentissima questa cosa qui, perché veramente è quella che ti dà speranza, è quella che ti fa dire ok se io ho provato questa emozione, se io non me la so spiegare, se ha cambiato un po’ il modo in cui vedo e vivo le cose, può essere vero anche per qualcun altro e se lo riconosciamo magari possiamo vivere meglio insieme.

Giulio Fabroni e la vista su Valle Aurelia
Giulio Fabroni e la vista su Valle Aurelia


BT: Pinò è un ragazzino, un preadolescente di 12-13 anni, che già si è relazionato con degli adulti di riferimento che a volte sembrano non farcela. Alla fine del suo viaggio sembra cresciuto: si accorge della fatica della madre e intercetta i segnali di una possibilità comunicativa col padre. Cos’è che l’ha fatto maturare?

GF: Secondo me, banalmente, l’esperienza. Che cosa cambia effettivamente in Pinò dalla mattina in cui vede sua madre alla sera in cui rivede sua madre? Cambia che in quella giornata lui ha incontrato e ha compreso una serie di esperienze di vita, di persone, di modi di vivere che non l’avevano mai sfiorato e che lo hanno fatto entrare in dei punti di vista diversi dal suo, non necessariamente piacevoli, ma comprensibili. Quindi Pinò ha imparato questo, a uscire dal proprio punto di vista e a mettersi nel punto di vista di qualcun altro e quindi improvvisamente la stessa madre, che la mattina era distante e distaccata, la sera diventa una madre stanca, disperata, che si sente sola. È la stessa persona, il distacco è lo stesso, ma lui adesso non lo vede più dal suo punto di vista di persona che è spinta via da una madre che non ce la fa a stargli dietro, ma la vede dal punto di vista di una moglie e di una madre che ha troppo da gestire, che non ha magari nemmeno gli strumenti emotivi per farlo. Se all’inizio della storia Pinò le risponde anche con conflitto, alla fine della storia è equipaggiato per chiedersi: cosa le servirà? Un letto, una coperta, una carezza. Ha imparato questo, che non mi pare poco!

BT: La tua scrittura è fatta di tante descrizioni vivide (l’afa romana si sente veramente!), di personaggi che sembra di vederseli davanti, non possiamo non pensare alle tante guest stars che inserisci e che contribuiscono a rendere la storia ancora più fantastica, ma non per questo meno credibile. Anna Magnani, Alberto Sordi e poi Venzo che, tiriamo a indovinare, altri non è che un giovanissimo Renzo Arbore.

GF: Confermo, è lui!

BT: Bene, con Venzo abbiamo indovinato! Ma un dubbio ci attanaglia, dobbiamo sapere: Carletto… che ci dici di lui? Non sarà mica Carlo Verdone?

GF: È lui, è lui! Premettiamo che io amo Carlo Verdone e proprio perché lo amo e lo seguo e guardo sempre le sue interviste, oltre che i suoi film, so che lui spesso racconta questo fatto, che è l’aneddoto da cui ho tratto la storia e che mi ha spinto a inventare questo personaggio. Lui racconta che era lì al concerto dei Beatles con suo papà e a un certo punto salta uno sul palco e ruba il cappello a John Lennon, poi lui la racconta, la drammatizza e dal suo punto di vista questo ragazzo ha fatto chiudere il concerto e lui dice: “Mannaggia c’è sempre qualcuno che deve rovinare tutte le cose belle”. Quindi mi sono detto… questo è il punto di vista di un antagonista! Mi dispiace Carlo, ma sei l’antagonista perfetto per Pinò!
Carlo Verdone veniva da tutto il privilegio che Pinò non ha, aveva tutti gli strumenti per comprendere, addirittura comprendeva le parole delle canzoni dei Beatles, aveva degli oggetti che venivano dall’estero che il padre gli portava, i poster autografati, le cose personalizzate, aveva un punto di vista su quel fenomeno che era estremamente privilegiato e approfondito. Tutto l’opposto di Pinò, quindi mi sono detto che se un personaggio è tutto l’opposto, se odia il ricordo di quel ragazzino che saltò e prese il cappello, ecco… mi sono permesso di ipotizzare un’invidia. Carlo di nuovo racconta che durante quel concerto si stabilì un contatto visivo fra lui e John Lennon, che sentì una connessione, e quindi quel ragazzino lì, in quell’emozione lì dice: c’è comunque qualcuno che se n’è preso un pezzetto e che se l’è portato via. Quindi mi sono immaginato che se Carlo Verdone avesse potuto andare dietro al teatro a raccogliere quel ragazzino e dargliele di santa ragione e portarsi via cappello, ci avrebbe provato. Ma siamo nella finzione, siamo nella fantasia! Ecco diciamo: liberamente ispirato alla storia di Carlo Verdone…

Veduta sui quartieri che circondano Monte Ciocci e che corrispondono alla vecchia Valle dell’Inferno

Veduta sui quartieri che circondano Monte Ciocci e che corrispondono alla vecchia Valle dell’Inferno
Veduta sui quartieri che circondano Monte Ciocci e che corrispondono alla vecchia Valle dell’Inferno



BT: Proprio il cantare le canzoni di cui non conosci le parole, a quanti non è successo? Attraverso un inglese italianizzato riesci a trasmettere la frenesia che si prova nel cantare a squarciagola canzoni di cui non si conosce il testo, e chissà di cosa parlano. Qual è la tua canzone preferita dei Beatles?

GF: Ma a questa domanda non si può rispondere! Non c’è una canzone, non c’è un Beatle preferito. Ci sono, per una persona come me che ne è stata accompagnata per tutta la vita, costantemente, canzoni che ti parlano in modi diversi in base al momento in cui sei, ai pensieri che hai e alle cose che stai vivendo e attraversando. Non ti posso dire una canzone del cuore, ma quali sono in questo momento le canzoni che sento più vicine che mi parlano di più. Una è sicuramente “Strawberry Fields Forever” anche solo perché John Lennon l’ha scritta alla mia età e quindi questo… mi tiene umile! Sì certo, io ho scritto un romanzo, ho vinto il premio Rodari, bravo, però lui alla mia età aveva scritto “Strawberry Fields Forever” e quindi dai, ne posso fare di strada, mi rimbocco le maniche e vado avanti che di persone che hanno fatto di meglio ce n’è! Scherzi a parte, quella canzone contiene un mondo e una complessità tali che fa impressione pensarla scritta da una persona di 27 anni perché parla di crescere, di sentirsi soli, di fare a botte con il mondo, di come vorresti che le cose vadano e non vanno, di fare a botte con se stessi e di non capire perché si ci si comporta in un certo modo. Tutto ciò in una manciata di parole, cioè sono cose su cui si possono scrivere e si sono scritti volumi strapieni di frasi ed elucubrazioni e quella canzone lì lo fa con una manciata di rime dalla semplicità disarmante, tu ascolti quella canzone e a tratti nemmeno capisci il senso di quei versi perché sono al limite dell’astruso, del nonsense, dell’assurdo ed è quella la loro forza perché non ti spiegano un sentimento, in qualche modo te lo mettono in scena e quelle parole ti destabilizzano in una maniera che ti portano ad ascoltarla e riascoltarla e riascoltarla.
Quindi in questo momento un po’ tutto il John Lennon vulnerabile mi parla tantissimo, anche canzoni un po’ più vicine al periodo di Pinò, come “I’m a loser”, che è una dichiarazione che nel rock and roll non esisteva, qualcuno che in un pezzo rock esordisse dicendo: sono un perdente, sbaglio tutto e mi sento da schifo. Tutte le canzoni di solito erano: sono un figo, vieni con me tesoro, vieni che ti spiego la vita e invece lui (che poi era un figo che ti spiegava la vita!) nelle sue canzoni gettava la maschera e ti diceva: sbaglio tutto.
”In my life” è una canzone incredibile scritta da una persona di quell’età, è una riflessione sui rapporti della vita, le priorità nelle relazioni, i ricordi, il tempo che passa e la chiave lì, per me, è la vulnerabilità ed è una cosa che che secondo me i Beatles sono stati i primi a fare: mettere la vulnerabilità nella musica pop e dare la possibilità a delle persone giovani che si divertivano e che cercavano di divertirsi e spensierarsi (ma che quelle cose ce l’avevano dentro) di esprimerle e tirarle fuori e dire: “Cavolo sono un perdente anch’io, lo sai che mi piacerebbe avere la giacca di pelle e dire yeah yeah, ma sono un perdente in realtà.”
Insomma, questi sono i Beatles che che un po’ mi parlano adesso.

BT: Hai qualcos’altro in serbo per noi? Il viaggio di Bitels come sta proseguendo?

GF: Il viaggio prosegue e si parla di ristampa! Sono molto curioso di vedere come andrà. Adesso alla Fiera Più Libri Più Liberi a Roma presento tre nuovi libri, due che sono sempre per l’infanzia con Sinnos, per una fascia dai sette anni in su, due piccoli romanzi illustrati uno da mia mamma, che è Gloria Francella, e l’altro da Francesca Carabelli. L’esperimento qui è di fare due libri sorelle perché hanno la stessa protagonista, una ragazzina che si chiama Uffa, ma due illustratrici diverse, quindi l’idea è vedere se il personaggio mantiene la sua identità. Secondo me è riuscito molto bene, anche grazie all’estro di queste due artiste molto diverse nello stile, ma che hanno colto l’essenza di Uffa, una ragazza che ha sempre a che fare con le emozioni che vengono considerate negative. Quindi sono due avventure, una sulla rabbia “Uffa che nervi” e una sulla noia “Uffa che barba”. Chiaramente non sono emozioni negative e affrontando queste avventure assurde che vanno sul surreale, sul parossismo e sul fuori di testa, lei capirà come trarne potere e insegnamento e come gestirle senza farsene sopraffare e senza danneggiare i suoi rapporti con gli altri.
Invece il terzo libro che esce il 5 dicembre per Jimenez Edizioni è un saggio con degli elementi di memoir scritto a quattro mani con Edoardo Ferrarese che, oltre a essere un mio amico, è anche un giornalista e critico di cinema. Abbiamo fatto questo libro sull’universo cinematografico Marvel, quindi di nuovo un grande esperimento narrativo che, al di là del “mi piacciono i supereroi, amo gli Avengers, amo Spiderman”, è qualcosa che ha cambiato proprio il modo di raccontare e fruire le storie, è una pietra miliare nel mondo della narrazione quindi ci siamo un pochino spinti ad analizzarlo, nel frattempo raccontando anche la nostra amicizia e il modo in cui questi film ci hanno uniti.

BT: Non vediamo l’ora di leggerli! C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

GF: Sì, recupero un pensiero che mi era venuto prima sulle periferie, pertinente alla questione dei muri e delle barriere. Non conosco benissimo altre città grandi come Roma o che abbiano la forma di Roma, anche perché secondo me, di base non ce ne sono, però una cosa molto specifica di Roma, e a cui tengo molto, è proprio il fatto che (di nuovo lo dico senza provocazione) oggi, secondo me, le cose più interessanti di Roma e per Roma accadono fuori dalle mura, fuori dal centro, mi spingo a dire fuori dal Grande Raccordo Anulare, che è un’eresia per la maggior parte delle persone che stanno a Roma proprio perché si tende appunto per convenzione quasi a non considerare Roma tutto ciò che è fuori da un certo anello, da un certo cerchio. In realtà Roma è talmente magmatica ed enorme che si spinge anche fuori e proprio perché fuori da Roma c’è meno supervisione, meno attenzione, anche meno pressione trovo che ci siano dei luoghi, delle realtà, delle persone, delle idee e del fermento che hanno molto più il seme del cambiamento, del futuro e del presente rispetto magari alle cose che succedono dentro anche metaforicamente, dove magari c’è più un sentimento di celebrazione, di autocelebrazione, di riproposizione e la sensazione di vedere sempre un po’ le stesse facce, le stesse cose, le stesse idee, le stesse storie. Invece fuori da quel raccordo succedono delle cose inaspettate, c’è un mondo che io ho tenuto molto a raccontare, anche il contesto di Pinò, la Montagna del sapone, Primavalle. Primavalle è un posto chiaramente con una storia complicata, dove ci sono povertà e conflitto, ma è anche uno dei quartieri meno pericolosi di Roma dove io mi sia trovato. È un posto dove la gente si saluta, dove le porte di casa sono aperte, dove i bambini giocano per strada e chiacchierano con gli adulti, vicino alla biblioteca c’è un teatro minuscolo che è stato fatto a mano da una signora che fa dei laboratori di teatro per i bambini e per gli anziani e crea degli spettacoli sulla memoria. Spero che anche dal libro emerga un contesto che per Pinò non è necessariamente negativo o restringente. È chiaramente marginale, ma non è detto che marginale debba essere un aggettivo negativo, anzi. Il mio invito è di andare ai margini, di andare a esplorare i margini, di sporcarsi le scarpe con quello che c’è nei margini e magari poi di portarne anche un po’ dentro al centro. Perché è vero che si può leggere la storia di Bitels come quella del ragazzino che scappa dalla periferia e scopre il mondo, e scappare dalla periferia e dalla provincia è un passaggio necessario per chi c’è nato. Ma non deve essere un abbandono, secondo me, anzi, ci tengo che alla fine della storia Pinò non parta per l’Inghilterra, ma che torni a casa. Perché c’è una riscoperta e c’è un mondo da non lasciare indietro.

Giulio Fabroni, Bitels edito dalla casa editrice Sinnos

BT: Grazie mille per la tua disponibilità, speriamo che le strade di ALTRƎTRAME e la tua possano incrociarsi di nuovo e battere al ritmo dello iè iè iè!

GF: Grazie a voi!

Intervista a cura di Barbara Tirelli per ALTRƎTRAME


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