Chi mi conosce sa che da tempo immemore ormai, sono un’amante dei libri di Elena Ferrante.
Quel suo saper intrecciare sapientemente l'italiano e il dialetto napoletano, fondendoli e restituendo una narrazione che al tempo stesso è raffinata e brutale, ha reso la sua scrittura e il suo stile un tratto iconico. È come se l’italiano fosse il 'vestito buono' e il dialetto fosse 'il corpo che spinge da sotto per uscire'... Un po' come l'adolescenza.
Dato che, appunto, la tematica di questo nostro editoriale è l'adolescenza, oggi voglio parlarvi di quanto possa essere difficile e cruciale il passaggio dall'età infantile a quella adolescenziale e, di conseguenza, la transizione verso l'età adulta. Lo farò prendendo in esame e confrontando due libri della scrittrice napoletana, ovvero 'La vita bugiarda degli adulti' e la tetralogia de 'L’amica geniale' (in particolare mi concentrerò sui primi due volumi, fase in cui si compie il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e dall'adolescenza all'età adulta, delle protagoniste).
In queste opere, il tema dell’adolescenza esplode in tutta la sua natura viscerale, cruda ma anche introspettiva. Dopo aver letto questi romanzi, infatti, l’impressione che si percepisce è che l’adolescenza, per la Ferrante, non sia solo un’età, ma uno stato di guerra. La 'pelle' dell’infanzia si lacera e ciò che affiora non è affatto piacevole.
Voglio iniziare questa nostra analisi partendo da un piccolo incipit di entrambe le opere:
Ne 'La vita bugiarda degli adulti', siamo nella Napoli colta degli anni ’90. La tredicenne Giovanna vive un’infanzia protetta finché sente per caso suo padre (che lei adora) dire alla madre che la figlia sta diventando brutta, paragonandola alla detestata zia Vittoria, una figura cancellata dal passato familiare perché considerata il simbolo della volgarità e della cattiveria. Questa frase 'rubata' distrugge ogni sua certezza.
Spinta dal bisogno di capire chi stia diventando, Giovanna inizia una discesa verso la parte più 'bassa' della città, un mondo viscerale e brutale che i suoi genitori hanno sempre cercato di nascondere. Tra i quartieri popolari e le stanze eleganti del Vomero, la ragazza scoprirà che gli adulti non sono ciò che sembrano e che la verità è una materia scivolosa, fatta di tradimenti e segreti inconfessabili. Per lei inizia così un difficile viaggio di iniziazione: imparerà a sue spese che crescere non significa solo cambiare corpo, ma soprattutto imparare a mentire come i grandi, per cercare faticosamente una propria, autentica voce tra le macerie delle bugie altrui.
Ne 'L’amica geniale', invece, siamo nella Napoli povera degli anni ’50. Qui la timida Elena (Lenù) e l’indomabile Lila stringono un legame indissolubile per sopravvivere alla ferocia del quartiere. La loro giovinezza è una sfida continua contro un destino che sembra già scritto. Proprio in quegli anni le loro strade sono costrette a dividersi: Lenù prosegue gli studi, usando i libri come scudo per elevarsi socialmente, mentre a Lila, nonostante il suo genio, viene negata l'istruzione. Lila tenta allora di usare il matrimonio come arma di riscatto, ma finisce per scontrarsi con la violenza del patriarcato proprio nel giorno delle nozze. Da quel momento, l’adolescenza lascia spazio a un'età adulta tormentata. Lila e Lenù cercheranno di non farsi schiacciare dai loro ruoli di madre e moglie. E capiranno che la ferita dell'adolescenza non scompare mai del tutto, restando un richiamo costante verso le proprie radici e verso quella parte di sé più vera e indomabile.
Entrando nel vivo dell'analisi, si può dire che, anche se cresciute in epoche diverse, per Giovanna, Lila e Lenù il passaggio dall'infanzia all'adolescenza è una rottura violenta. Tutte e tre le ragazze vivono esperienze e sensazioni comuni:
Innanzitutto, per tutte e tre l’adolescenza inizia quando capiscono che gli adulti non sono eroi, ma persone fragili e spesso ipocrite. Questa fase poi, porta alle protagoniste un corpo che non riconoscono e che le spaventa. Giovanna si fissa allo specchio alla ricerca dei segni della bruttezza di zia Vittoria, quasi a voler 'sporcare' la propria immagine per trovare una se stessa autentica; Lenù, invece, vive con il terrore di ereditare la zoppia e lo sguardo rancoroso della madre; Lila, che per natura cerca di dominare tutto con l’intelletto, è terrorizzata dal vedere la propria figura trasformarsi indipendentemente dalla sua volontà: lo sviluppo del seno, i fianchi che si allargano e il menarca sono cambiamenti che non può governare. Se inizialmente la sua spigolosità la fa apparire brutta agli occhi degli altri, quando la sua bellezza esplode, Lila capisce subito che quel nuovo aspetto attira gli sguardi predatori degli uomini del rione. Quella bellezza diventa allora come una malattia, poiché la trasforma in merce di scambio e in un oggetto del desiderio che le toglie ogni libertà.
Un altro aspetto molto potente è il cambio di linguaggio. Come dicevo poc’anzi, la Ferrante dà alle lingue un’identità precisa: l’italiano è la lingua del successo e della 'superficie pulita'; il dialetto è quella della verità, della rabbia e delle radici. Giovanna, da 'bambina modello' che parla un italiano perfetto, con l’adolescenza inizia a usare il dialetto 'sporco'. Lenù, al contrario, fugge dalla lingua del rione: per lei l'idioma nazionale è un simbolo di ascesa sociale e un 'vestito buono' che serve a nascondere le origini. Quando lo usa, si sente protetta ma anche un po' falsa, come se recitasse una parte. Per Lila, invece, il linguaggio è un’arma di precisione: non usa l’italiano per integrarsi, ma per dominare. Se Lenù lo sceglie per fuggire, Lila lo usa per combattere. In lei non c’è lo sforzo di sembrare una signora, ma la forza di una mente geniale che usa la lingua dei colti per metterli in difficoltà.
E inoltre tutte e tre crescendo, passano dall’ascolto passivo alla parola che ferisce.
Dall'adolescenza, infine, si passa all'età adulta, che per le nostre protagoniste è il momento del grande disincanto. Se l’adolescenza è stata una guerra per staccarsi dalle radici, l’età adulta è la scoperta che quelle radici te le porti dentro per sempre. Tutte e tre capiscono che non esiste una vita perfetta o totalmente onesta e che la verità, da sola, non basta a renderci felici.
Crescere, in queste pagine, significa trovare un equilibrio tra le proprie anime: smettere di usare l’italiano solo come sinonimo di calma e il dialetto solo come un’esplosione di rabbia. L’adulta della Ferrante è colei che impara a parlare un’unica lingua: quella della propria verità, capace di unire l’eleganza del pensiero alla forza viscerale delle proprie origini.
In conclusione di questo articolo, posso dire che, dopo aver letto le storie di queste tre protagoniste e averle confrontate, non ho potuto fare a meno di pormi una domanda.
Sebbene queste vicende siano ambientate in epoche diverse del Novecento, ora che siamo nel 2026 mi accorgo di quante siano le cose in comune tra Giovanna, Lenù e Lila e gli adolescenti contemporanei.
Possono cambiare gli anni, ma il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e da questa all’età adulta resta sempre traumatico e difficile, nonostante tutti i comfort e le nuove tecnologie di cui disponiamo oggi e pensando a tutto questo, mi chiedo: cosa vogliono davvero da noi adulti i nostri adolescenti?
Forse vogliono semplicemente essere ascoltati. Forse cercano quella pazienza che noi adulti molte volte non sappiamo dare. Se la Ferrante ci racconta una "vita bugiarda" fatta di adulti che si nascondono dietro maschere di perfezione, forse la nostra risposta oggi dovrebbe essere l'esatta opposta: avere il coraggio di mostrare le nostre fragilità.
Dovremmo ricordare che anche noi siamo stati adolescenti e abbiamo abitato le stesse paure, le stesse insicurezze e gli stessi silenzi. Invece di usare l’italiano per fingere una calma che non proviamo o il dialetto per esplodere di rabbia, dovremmo sforzarci di parlare una "terza lingua": quella dell’ascolto sincero. Parlare con loro delle nostre debolezze non ci rende meno forti, ma ci permette di accorciare le distanze. Essere adulti, allora, significa avere la pazienza di resistere a quelle turbolenze che l'adolescenza porta con sé, restando presenti e autentici tra le macerie di questo difficile passaggio.
Di Simona Napoli Altretrame
Queste riflessioni non vogliono restare confinate tra le righe di un editoriale. Per questo, ho immaginato che le storie di Giovanna, Lenù e Lila diventino un punto di partenza per un possibile momento di confronto con i vostri adolescenti. L’obiettivo non è analizzare i testi come farebbe un critico, ma usarli come uno specchio per dar voce a quel ‘corpo che spinge’ e che spesso noi adulti non sappiamo ascoltare. Vi lascio due domande che potete porre ai vostri adolescenti:
- Spesso pensiamo che l’adulto debba essere perfetto, un eroe senza crepe. Se un adulto vi confessasse una sua paura o un suo errore del passato, vi sentireste più liberi di parlare dei vostri? O avreste paura di perdere un punto di riferimento?
- Se doveste scrivere un piccolo dizionario della ‘Terza Lingua’, quali parole non dovrebbero mai mancare nel dialogo con un adulto? E quali parole, invece, sentite come un muro che vi impedisce di spiegarvi?”
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