Nell’ultimo periodo, complice anche un ciclo di seminari “Figuriamoci... le bambine. Narrazioni per l’infanzia e questioni di genere fra parole e immagini. Prospettive a confronto” organizzato dall’ Università di Padova, in particolare dal dipartimento FISPPA e dal gruppo di ricerca LETIN, mi sono interrogata a lungo sulla sessualità femminile.
Le donne sono veramente padrone del loro corpo?
La nostra vulva appartiene solo a noi o anche alla società?
Se una ragazza desidera fare del sesso libero, al di là di ogni coinvolgimento sentimentale, per il suo puro piacere e per il suo appagamento sessuale, deve pagarne il conto? E se la risposta è affermativa chi si erge a giudice e definisce la sanzione da pagare?

In questo mio interrogarmi uno strumento fondamentale è stato, ed è tutt’ora, perché ricco di stimoli e in grado di aprire le porte a infinite possibilità e discussioni, il “Dizionario di genere. Definizioni e relazioni per la comprensione dei fenomeni sociali legati al genere” di Marzia Camarda edito dalla casa editrice Settenove.
Questo dizionario racchiude una raccolta di voci e fenomeni legati al genere, per metterne in luce l’ampia e complessa articolazione all’interno della nostra società.
Sono partita dall’analisi del termine Puttana, dopo vi spiegherò il perché, insulto che, come chiarisce l’autrice, è caratterizzato da una doppia morale, sì, perché se una donna ha diversi partner sessuali viene vista in questo modo, mentre un uomo non è altro che un casanova, uno sciupafemmine o un simpatico dongiovanni. Al termine puttana si contrappone il termine santa in una dicotomia tipica della nostra società dove l’autodeterminazione sessuale per una donna non è possibile, anzi è deprecabile. Nel Dizionario si evidenzia come questa dicotomia “ruota attorno alla condotta sessuale della donna che non è considerata padrona del proprio corpo, delle proprie inclinazioni, della propria destinazione esistenziale: è socialmente vista in funzione di qualcos’altro e soprattutto di qualcun altro”.

Un atteggiamento, questo, che è tipico della società in cui viviamo caratterizzata da una doppia morale, termine che potete approfondire grazie all’utile strumento pubblicato da Settenove, diffusa nella nostra società patriarcale dove un comportamento sessuale considerato positivo per un uomo viene considerato in modo negativo se riferito ad una donna.
Perché iniziare proprio ad indagare da qui?
Vi avevo detto che ve ne avrei parlato ed è giunto il momento.
La lettura di “Queen Kong” scritto da Hélèn Vignal e pubblicato da Faros è stata determinante e ha contribuito in modo fondante a direzionare la mia ricerca e il mio interrogarmi.
All’inizio del romanzo la protagonista ci racconta che le colline al di fuori della sua finestra stanno bruciando, come sta bruciando il suo telefono. Fuoco fuori e fuoco dentro, fuoco che distrugge, fuoco che dà origine a nuove possibilità finito l’incendio ; tuttavia il romanzo si apre nel mezzo della tempesta: la protagonista è “una di quelle, una grande, una maledetta”, così la definiscono gli altri e molto di peggio arriva tramite i messaggi telefonici, scanditi dalle notifiche che lei non riesce a silenziare. Subito il romanzo ci pone di fronte a degli interrogativi fondamentali: chi decide di ascoltarsi e dar voce ai propri desideri è solo? Scegliere la libertà significa scegliere la solitudine?
La nostra vagina appartiene solo a noi? È possibile, per una ragazza, voler provare piacere, scoprire il proprio corpo e la propria sessualità al di là dell’amore senza essere etichettata dal gruppo?
È questa l’esperienza che si trova a vivere la protagonista del nostro libro che sceglie di scoprire la propria sessualità con chi desidera e quando lo desidera. Ma il gruppo non lo accetta. Quattro, quattro è il numero dei partner sessuali che scatenano le decine di insulti che la sommergono, mentre lei racconta la storia della scoperta del suo corpo e di se stessa.
Viene istintivamente da chiederci noi cosa avremmo fatto. Saremmo parte del gruppo? Di quel gruppo che le invia messaggi fino a farla sentire sporca e sbagliata? Saremmo dalla sua parte? Oppure staremmo lì a guardare? Perché ogni tanto è più facile non prendere posizione che prendere una posizione scomoda.
Pensando alla protagonista di questo romanzo, alla sua voglia di conoscere il proprio corpo e al suo desiderio di dare voce alla sua sessualità, non ho potuto non pensare a “Club godo. Una cartografia del piacere” di Jüne Plã edito da L’ippocampo.
“ L’idea è che dovresti seguire il tuo ritmo e raggiungere il piacere in solitario, in coppia o con più persone- indipendentemente dal genere in cui ti riconosci, dal tuo orientamento sessuale o dal colore della tua pelle. Che tu sia vergine, sessuomane o una via di mezzo tra le due cose. Insomma, ormai l’avrai capito, questo libro si rivolge al MONDO INTERO! Con la sola eccezione di chi non ama scopare, certo...Voglio che la sessualità venga finalmente affrontata in modo aperto e chiaro, e che tutte/tutti possano accedere alle informazioni di cui hanno bisogno per stimolare la creatività e, soprattutto, per sbarazzarsi delle pressioni e dei vincoli sociali che da troppo tempo ci tormentano.”
Club godo è veramente una cartografia del piacere, spazia dai pilastri di una sessualità appagante, all’anatomia dei sessi, alla masturbazione, fino alla scoperta delle zone erogene e alle istruzioni per l’uso e alle applicazioni pratiche, vere e proprie guide per far impazzire di piacere il proprio partner o se stessi, senza ricorrere alla penetrazione.
Club godo è proprio un libro necessario? Assolutamente sì, soprattutto perché attorno al sesso e all’educazione affettiva ci sono ancora troppi tabù, domande non fatte, risposte non date, quesiti posti alle persone sbagliate, convinzioni e false credenze e questo perché gli adulti di riferimento, o almeno la maggior parte di essi, hanno ancora paura e timore di parlare in modo esplicito ai ragazzi e alle ragazze del sesso, dei sentimenti, dell’affettività, del piacere, della scoperta del proprio corpo, che ancora adesso viene vissuta dalla maggior parte di loro con vergogna o con senso di colpa.
Per oggi sono giunta al termine della mia riflessione, ma questo è solo un inizio.
Prima di lasciati, se sei interessata/o all’argomento ti consiglio di visitare la pagina Instagram di Jüne Plã
Naida Maranzana per ALTRƎTRAME
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