Nella letteratura giovanile spesso capita di incontrare adolescenti senza adulti di riferimento: i genitori sono morti e se sono vivi fanno uso di droga o sono in carcere. Comunque inadempienti, senza dubbio disfunzionali.
E se a sedici anni ti ritrovi solo contro il mondo, è facile che tu divenga un outsider.
Susan Eloise Hinton pubblicò The Outsiders nel 1967, un romanzo che aveva scritto quando sedici anni li aveva lei, per rappresentare la realtà di chi, così giovane, ha già visto così tanto, troppo. Di chi si deve industriare in un mondo dove gli adulti latitano, gestendo la casa, la scuola e anche le risse. Dove e quando lo si decide insieme, due bande distinte che se le danno di santa ragione, diverse ma accomunate forse solo dal fatto di non voler mai veramente cambiare e porre fine a tutto quanto:
“Si sta sempre dalla parte degli amici, qualunque cosa fanno. Quando sei una banda i membri li difendi. Se non li difendi, se non si sta insieme, se non si fa come fratelli, non è più una banda. È un branco. Un branco di gente ringhiosa e litigiosa come i Soc coi loro club o le bande di strada di New York o i lupi nella foresta.”
Gli outsiders sono ai margini, estranei alle regole imposte, stanno fuori, dalla parte opposta della società, fedeli alle regole che loro stessi si sono dati. E il senso di giustizia so lo fanno da soli.
Non è un caso che già nel 1963 Howard S. Becker avesse intitolato il suo saggio di sociologia della devianza proprio così, Outsiders.
Nell’introduzione all’edizione italiana Gianmarco Navarini scrive che:
Nel volume si leggerà subito che la devianza non è una proprietà del comportamento, bensì un prodotto di relazioni e interazioni. Queste interazioni non sono tra variabili ma tra attori in carne ossa, tra processi tanto di produzione e applicazione della norma quanto delle sue violazioni, processi che si distendono nel tempo e, come tali, mai riducibili a un semplice schema causale con variabili e tantomeno a schemi con pretese di descrizione universale.
Allora forse la famiglia disfunzionale non è sufficiente a spiegare l’outsider.
Entrano in ballo il giudizio e la reazione sociale degli altri.
L’outsider sfugge alle definizioni della società, scappa dalle categorie comuni, rappresenta una deviazione dalla media e un punto di osservazione critico sul mondo che lo circonda. La devianza è il risultato di un’etichettatura sociale e l’outsider è colui a cui viene attribuita questa etichetta.
Ne La guerra dei cioccolatini di Robert Cormier, pubblicato nel 1974, la ribellione al mondo adulto e alle sue regole si affina e si mette a sistema nella forma di un’organizzazione sociale gerarchica, fatta di causa ed effetto, di compiti e doveri, decisi dagli studenti per gli studenti e dove gli adulti (gli insegnanti!) sono complici consapevoli. Ma la freddezza non basta a tener fuori la violenza, solo che qui non è di comune accordo e assume la forma dell’agguato:
Fu allora che Jerry lo vide: tre o quattro, che sbucavano fuori dai cespugli e dalle frasche, di corsa, piegati, rasenti al suolo. Erano piccoli, sembravano pigmei, e avanzavano così rapidamente verso di lui che non riuscì a vederli bene, vide solo una grossa macchia di facce ghignanti, cattive. Eccone altri, altri cinque o sei, che sbucavano da dietro un gruppo di pini, e prima che Jerry potesse prepararsi alla lotta, o almeno alzare le braccia per difendersi, si buttarono su di lui coprendolo di botte, in alto e in basso, scaraventandolo a terra, come se fosse una specie di Gulliver indifeso; una dozzina di pugni gli bombardarono il corpo, unghie taglienti gli lacerarono le guance, e un dito cercò di entrargli in un occhio. Lo volevano accecare. Lo volevano ammazzare.
Qui l’outsider è anche colui che si dissocia dalla devianza, ribellandosi a sua volta. Tra smanie di potere e affermazione della propria autorità, è tutto un passare da un gruppo dominante all’altro.
La stessa dinamica che troviamo ne La bambina selvaggia di Rumer Godden, pubblicato nel 2017. Kizzy, la diddakoi, la via di mezzo del titolo originale, metà rom e metà no.
“Lasciatemi tornare a casa”, disse Kizzy a labbra strette.
“Vai, vai, mica ti fermiamo”, ma Kizzy non si era accorta che una di loro le aveva abilmente stretto e annodato intorno alle caviglie una corda per saltare; mentre si voltava la tirarono forte e Kizzy cadde sul sentiero .
“Erano come un branco di piccoli cani selvaggi,” disse Miss Brooke all’Ammiraglio.
“Dai, vai, Vai a casa. Corri, zingara, corri.”
La presero per le braccia. “Ti facciamo correre noi.”
Ritorna l’onestà di chi rimane fedele a se stesso e che per questo diventa ribelle, spaventando chi si è uniformato.
Ma allora cos’è che definisce l’outsider?
È un essere diverso, spesso non per sua scelta. Reagisce come può ai fatti della vita. Non si conforma. E a volte cade. Qualcuno però si rialza. Quelli che provano a sganciarsi da un destino già scritto o che gli altri vogliono sganciare affinché si salvino.
Lo sguardo pedagogico che dall’alto scende e si mischia alla quotidianità di una vita già segnata, fa sì che in tutti questi romanzi ci sia sempre spazio per la scuola. Ci viene presentata invischiata in una gara di affermazione del proprio potere, ma anche come stimolo per raccontare quello che ci è successo in una vita che ce l’ha messa tutta per darcela addosso. Ecco che un compito scritto, un tema, viene usato per ribadire un concetto fondamentale, che speriamo non sia solo una speranza: non ti perdi se rimani ancorato in qualche modo all’istruzione.
Anche se non sei un genio, anche se la scuola non ti piace e ti fa venire voglia di spaccare tutto.
Come accade a Kate ne Le piccole astuzie di Deborah Ellis, pubblicato nel 2024.
L’astuzia è l’ intelligenza fuori dagli schemi, Kate e la nonna sono le Outsmarters del titolo originale: superano in astuzia perché posseggono un ingegno (smart) che va fuori (out). Che deve andare fuori per forza, perché le regole sociali non sono sufficienti a contenere la rabbia, la frustrazione e il dolore che una madre tossicodipendente può generare.
E se è vero che non basta una famiglia disfunzionale a fare di noi degli outsiders, è vero anche che se un adulto sceglie di occuparsi e preoccuparsi di quello che ci succede, possiamo cambiare rotta più facilmente al nostro destino e scegliere chi vogliamo diventare.
Di Barbara Tirelli per ALTRƎTRAME





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