| Abrabolex. Foto a cura di Naida Maranzana per ALTRƎTRAME |
Ho rimandato il rientro a casa per non perdere Abrabolex, la mostra dedicata a Blexbolex organizzata da Hamelin Associazione culurale durante la Bologna Children’s Book Fair. Per me non era una tappa tra le altre, né una semplice curiosità di programma: sentivo che dovevo esserci, che quelle opere avrebbero chiesto tempo, attenzione, disponibilità a tornare. Volevo guardare, attraversare quelle stanze, lasciare che le immagini lavorassero dentro di me. E così sono passata da una sala all’altra più volte, non come chi cerca un significato definitivo, ma come chi si lascia rapire e sa che il senso c’è, anche se non arriva immediatamente. Come se, davanti a quelle opere, il primo compito non fosse capire, ma restare.
Forse è proprio questa la prima cosa che il lavoro di Blexbolex chiede a chi guarda: una disponibilità a rallentare, a tornare, persino a perdersi. Le sue immagini non si lasciano consumare in fretta, non coincidono mai interamente con ciò che mostrano subito. Hanno una potenza capace di catturare e insieme di trattenere lo sguardo, di turbarlo quel tanto che basta per impedirgli di proseguire oltre. Ogni dettaglio richiede attenzione, ogni composizione apre una stratificazione, sguardo dopo sguardo, lettura dopo lettura. Davanti a Blexbolex non si ha l’impressione di vedere un’immagine, ma di entrare in uno spazio che continua ad aprirsi. Abrabolex. Foto a cura di Naida Maranzana per ALTRƎTRAMEÈ forse per questo che faccio fatica a trovare parole definitive per raccontarlo. Blexbolex è un artista che sfugge alle definizioni troppo strette, proprio perché il suo lavoro resiste a ogni tentativo di semplificazione. Quello che colpisce non è soltanto la forza delle singole immagini, ma il modo in cui costruisce i suoi libri come oggetti di esplorazione. I suoi albi non sono mai contenitori lineari di una storia già data; sono spazi mobili, sfidanti, in cui il lettore ha un ruolo determinante. Ogni giro pagina è una scoperta, ogni sequenza rimette in discussione ciò che si pensava di aver capito, ogni passaggio chiede partecipazione attiva. Il libro, nelle sue mani, smette di essere soltanto un supporto e diventa un’ esperienza, un luogo di attraversamento. In Blexbolex la composizione dell’immagine dà ritmo alla lettura: distribuisce tensioni, pause, accelerazioni, attese. Nulla appare semplicemente collocato; ogni elemento sembra entrare in una relazione precisa con gli altri, producendo un movimento interno che guida e al tempo stesso disorienta. È una scrittura visiva che non procede per spiegazione, ma per rilanci, per eco, per richiami che chiedono al lettore di tornare su ciò che ha già visto. E allo stesso modo la parola non serve a chiudere il senso, ma a metterlo ulteriormente in vibrazione, moltiplicando le direzioni. Nei suoi libri parola e immagine dialogano, si inseguono,rimbalzano l’una nell’altra, come se il racconto prendesse forma proprio nello spazio di tensione tra ciò che si legge e ciò che si guarda |
Penso, per esempio, a Il mistero del capitano Brett edito da Orecchio Acerbo, che ho letto di recente, dove le parole vibrano come in un racconto d’avventura e costruiscono personaggi e atmosfere che poi le immagini rendono ancora più dense, più ambigue, più tridimensionali. C’è qualcosa, nel suo linguaggio, che ha il sapore della narrazione classica, il respiro di un racconto d’avventura d’altri tempi, e insieme una libertà compositiva e visiva radicalmente contemporanea. Questa è una delle qualità che più mi affascinano del suo lavoro: la capacità di abitare un tempo che non coincide mai con un’epoca precisa. Non si tratta di passato, almeno non nel senso di un riferimento storico definito e riconoscibile. È piuttosto, come si legge anche nello speciale di Hamelin 57, una forma di atemporalità quasi vintage, una percezione di passato che però non si chiude nella nostalgia e, anzi, sembra prendere corpo nel futuro. Le sue immagini hanno qualcosa di remoto e insieme di attualissimo, come se appartenessero a un altrove temporale che ci riguarda ancora.
Abrabolex. Foto a cura di Naida Maranzana per ALTRƎTRAME
Girando nella mostra, a colpirmi non sono state solo le opere appese alle pareti, ma anche tutto ciò che lasciava intravedere l’origine profonda di un immaginario. Penso, per esempio, alla bacheca dedicata ai giocattoli, capace di aprire una domanda che continua a sembrarmi essenziale: quanto dell’immaginario di un artista cova dentro la sua infanzia? Quanto contano i giochi, gli oggetti, i compagni silenziosi dei pomeriggi infantili nella formazione di ciò che siamo chiamati a diventare? Come se il lavoro di Blexbolex custodisse ancora qualcosa di quel rapporto originario con il gioco, con la possibilità di costruire mondi a partire da personaggi, forme, accostamenti, invenzioni.
E poi il fumetto. Anche lì si avverte una matrice importante del suo linguaggio: nella scansione delle immagini, nel ritmo narrativo, nella capacità di tenere insieme essenzialità e complessità, immediatezza e stratificazione. Ma anche il fumetto, dentro il suo lavoro, non resta mai citazione o influenza riconoscibile in modo lineare, diventa parte di un linguaggio personalissimo, irripetibile.
Forse è per questo che uscire dalla mostra mi è costato così tanto. Sono rimasta ferma sulla soglia senza sapere bene se andarmene o restare ancora. Non sapevo se desideravo tornare al mondo reale o lasciarmi definitivamente catturare da quei personaggi, da quell’immaginario, da quella potenza visiva e narrativa. Forse avrei voluto restare lì, in uno spazio in cui la narrazione continua ad avere un senso anche quando quel senso non è immediato, quando non si consegna subito, quando chiede invece tempo, piacere, disponibilità a smarrirsi.
Perdersi dentro un’immagine, qualche volta, ci porta a ritrovarci?
E forse è proprio questo che il lavoro di Blexbolex riesce a ricordarmi con forza che ci sono immagini e storie che non chiedono di essere capite in fretta, ma di essere abitate. E che, qualche volta, è proprio lì, nel ritardo del senso, nel ritorno dello sguardo, nel piacere di perdersi, che comincia davvero l’esperienza della lettura.
A cura di Naida Maranzana per ALTRƎTRAME
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