Quando ho ascoltato per la prima volta Berta filava di Rino Gaetano avrò avuto più o meno otto anni. Non ne sapevo nulla di politica, ovviamente, né di scandali risalenti a decenni prima. Non sapevo nemmeno cosa fosse l’amianto. Mi chiedevo solo chi fosse questa Berta e, nel tentativo di darle un volto, immaginavo un’anziana signora con una cuffia in testa, intenta nella sua attività di tessitura. Per anni ho portato avanti una personalissima esegesi del brano, piuttosto distante dal tono satirico con cui è stato scritto. Quella vecchina che tesseva la lana mi faceva simpatia e mi accompagnava nei viaggi in macchina insieme ai miei genitori.
Di questi tempi, in cui pare proprio che avere un po’ più di tessuto sulle gambe sia sinonimo di affidabilità e serietà, mi interrogo sul significato di un’azione opposta a quella della tessitura. E mi chiedo, quindi, quanto possa essere potente un gesto piccolo (se vuoi, delicato) come quello di s-filare.
Cosa succede quando decidi di srotolare un filo? Quando assecondi quella tentazione irresistibile, afferri il pezzetto di tessuto sfuggito dalla trama e cominci a tirare? Una volta che inizi, non ti puoi fermare. L’istinto ti obbliga a proseguire, alimentato dalla soddisfazione di dis-fare ciò che era stato meticolosamente cucito insieme. Non credo si tratti di un’indole distruttiva, piuttosto del desiderio di vedere fino a dove puoi spingerti. Così, metti a rischio le tue sicurezze, in favore di una posta in gioco più alta: il gusto della scoperta.
La mia mente corre all’albo illustrato Cap! di Loren Capelli (Editions courtes et longues, 2019), nel quale la protagonista abbandona il sentiero conosciuto per intraprendere un’immersione in una natura disvelatrice. Il filo rosso del suo maglione, che prima la avvolgeva, si disfa passo dopo passo, fino alla conquista di una libertà corporea che non sapeva di avere.
Cap! di Loren Capelli, Éditiones courtes et longues (2019)Nei suoi Canti Orfici (1914), Dino Campana scriveva:
Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare
Con il suo rifiuto dell’alienazione moderna, del lavoro meccanico e dell’ossessione produttiva, Campana offre una via di uscita senza certezze, ma profondamente salvifica. Quel fare e disfare, che è proprio dell’essenza umana, è ciò che ci permette di andare avanti nonostante l’ansia, la paura di non essere abbastanza e di non riuscire a costruire quello che la società si aspetta da noi. Una risposta alternativa alla convinzione del nostro secolo, secondo cui collezionare obiettivi raggiunti sia una missione di vita.
Preferisco il rumore del mare, raccolta di poesie di Dino Campana, a cura di Maria Grazia Calandrone, casa editrice Ponte alle Grazie (2019)Ci vuole coraggio per rimettere in discussione tutto. Ma che liberazione tirare i fili! Disfare, per poter ricostruire, sempre in modo nuovo.
Forse non sono più i tempi in cui Berta filava, e va bene così.
Forse, possiamo permetterci di accorciare le gonne, e allungare i pensieri.
a cura di Francesca Aldrighi per ALTRƎTRAME
Oggi si conclude la nostra riflessione sui fili.
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