Ragionando su come l’infanzia e l’adolescenza vengono raccontate nel mondo letterario, mi sono imbattuta nei tropes: elementi narrativi ricorrenti, schemi letterari tecnici (e tattici) che ritornano all’interno di una storia, affinché questa sia riconoscibile ed efficace. Come se fossero gli ingredienti di una ricetta, i tropes solleticano delle corde e toccano dei tasti per cui è difficile resistere se si è sensibili al tema, andando così a comporre un genere, ad esempio il romanzo d’amore:
15 gr di enemies to lovers;
20 gr di triangolo amoroso;
un pizzico di ragazza ingenua;
due cucchiai di ragazzo che non deve chiedere mai;
mescolare e mettere in forno a 180° per 35/40 minuti.
E così per il romanzo d’avventura, horror, thriller.
D’altronde, fedeli alla lezione di Propp, non possiamo non pensare ai tòpoi, ai quali i tropes assomigliano molto. Un esempio su tutti è rappresentato dal genere fiabesco: l’equilibrio iniziale e la sua rottura, l’abbandono della casa, il viaggio dell’eroe, la fame, l’aiutante, il mascheramento, il disvelamento e così via, fino ad arrivare al ristabilimento dell’ordine.
Figure retoriche, metafore che creano artificio, che usano un significato altro per spiegare meglio, ma che a volte possono confondere. È vero quello che leggiamo, oppure no? La storia raccontata potrebbe capitare anche a noi? O sono solo luoghi comuni, stereotipi? Forse. Certo, aiutano a categorizzare e a definire, portando spesso a identificarsi nella storia, offrendo visioni più chiare della vita che stiamo vivendo. Ma questo non succede sempre, e allora forse i tropes non bastano.
Qual è la vera narrazione?
Una domanda che ritorna per tutte le cose che crediamo di conoscere bene solo perché ce l’hanno raccontate, e che invece avrebbero bisogno di essere approfondite.
Ad esempio, mi è capitato di pormi la stessa domanda cercando di capire come vengono narrate l’infanzia e l’adolescenza nella periferia. Anche qui sembrano ricorrere le solite parole e i soliti concetti e quindi mi chiedo: esistono i tropes della periferia?
Quali sono i motivi ricorrenti e inevitabili che raccontano la vita ai margini delle grandi città?
Lasciando da parte i grandi classici, temi sempre attuali ma ormai inflazionati, della famiglia disfunzionale, della povertà, della delinquenza, mi concentro su tre grandi tropes che ne contengono altri a loro volta, come in una matrioska.
Aspetti fondamentali che non possono non riguardare lo spazio fisico, il posto dove nasci e cresci.
✅ La casa
Le case sono diverse in periferia, tratteggiano il paesaggio e spesso lo rendono grigio, come il colore dei palazzi che dominano incontrastati. I protagonisti delle storie di periferia si ritrovano quindi a domandarsi il perché di questa differenza e nel movimento frenetico e perpetuo di un cane che si morde la coda ci si chiede: è la casa che fa il quartiere o il quartiere che fa la casa?
“Perché il Cubo è famoso in tutto il mondo. L’hanno pensato architetti che abitavano molto lontano. Nelle loro ville vista mare avevano disegnato un cubo, una forma perfetta, con dentro un giardino e qualche migliaio di persone. Una casa per tutti, avevano pensato dietro le vetrate di cristallo dei loro studi. A costruire il Cubo c’erano voluti anni, ma erano bastati pochi mesi per capire che qualcosa non funzionava. Forse non si possono progettare autobus senza mai prendere autobus, né biciclette muovendosi solo in auto. Nè si possono progettare case popolari dentro studi con vista sul mare e la barca a vela ancorata al porticciolo.”
[tratto da Cubiste di Siberia di Pino Pace, in Centrifuga. Fughe ritorni e altre storie, Sinnos, 2016 p.24]
immagine tratta da Quartieri: Viaggio al centro delle periferie italiane a cura di Adriano Cancellieri e Giada Peterle (BeccoGiallo, 2019).
✅ Il viaggio
Nei racconti periferici, così come nella fiaba, i protagonisti si spostano. O lo desiderano ardentemente, per fuggire da una casa che non vogliono, sognando un posto diverso dove vivere. Ma gli spostamenti non sono facili, i mezzi pubblici non passano e muoversi è un’impresa impossibile nelle città che sembrano non finire mai. A volte è meglio farsela a piedi, così ti sposti e nel frattempo rifletti, pensi. Sudore, dolore, fatica che ti si appiccicano addosso. Ma com’è che in periferia fa sempre caldo?
Claudia Durastanti in Cleopatra va in prigione (Edizioni minimum fax, 2016) racconta i passi sbilenchi di Caterina che con la sua anca dolorante si muove tra Torpignattara e Rebibbia, passando tra quartieri vicini, a volte simili a volte così diversi che lo capisci anche solo con uno sguardo. Lo vedi bene anche dal finestrino del tram, quello che Edoardo Albinati prende in 19 (Mondadori, 2001), e che attraversa quasi tutta Roma, in un tragitto che sembra lineare e senza barriere, ma che invece restituisce bene le differenze e i confini che ci sono tra un quartiere e l’altro.
✅ La mappa
L’immagine che abbiamo è di una periferia isolata, lontana da un centro che invece pulsa continuamente come un cuore all’interno di un fantomatico cerchio vitale. Confini che paiono tratteggiati col pennarello indelebile, che delimitano e tagliano fuori. Chi sta fuori non vede, non è raggiunto. Invece la periferia sta proprio lì. È laterale ma comunque agganciata e connessa al centro, come un’arteria. E il sangue passa anche da lì.
L’aspetto logistico è centrale in due antologie sulla periferia, diverse ma che tentano di restituire un’immagine il più vera possibile di come è la vita delle ragazze e dei ragazzi nelle periferie, attraverso la loro voce: Centrifuga. Fughe, ritorni e altre storie (Sinnos, 2016) e Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane (BeccoGiallo, 2019).

Centrifuga è una raccolta di racconti di artisti vari, promossa da Centro Leggimi Forte di Pomigliano d’Arco (NA) e narra la vita e i pensieri degli adolescenti in periferia, che si organizzano come possono alla ricerca di un’identità nella marginalità. L’adolescente (marginale di per sé, in bilico a metà tra il bambino e l’adulto, sempre sul punto di sconfinare da uno all’altro) che vive in un territorio periferico, e quindi marginale. E da lì il desiderio di spostarsi di cui sopra.
Quartieri, a cura di Adriano Cancellieri e Giada Peterle, è frutto di un lavoro di ricerca sul campo che si unisce al linguaggio del fumetto, rendendo ancora più incisiva la realtà di cinque periferie italiane, proprio quelle che vengono sempre raccontate dagli altri e sempre con le stesse parole. Fondamentale l’illustrazione, che spesso diventa la mappatura dei luoghi attraversati.
Non è un caso che una delle attività laboratoriali per eccellenza con bambini/e e ragazzi/e sia quella di creare una mappa del quartiere: per orientarsi e sapere dove ti trovi. Per consapevolizzare che sei in periferia e che per arrivare al centro ci vuole un bel po’ di strada. Per fissare, mettere la puntina, fare zoom e approfondire cosa c’è lì, proprio lì, e non fare che è tutto uguale, mentre qui pullula di cose diverse. Per studiare bene la strada per andare via. Poi magari torni, chissà.


Alla fine di questo viaggio semiserio tra schemi narrativi veri e inventati, emerge come sia necessaria una letteratura dal basso, dove è la periferia a raccontare chi è e cosa fa.
Altrimenti si rischia di cadere nella narrazione stereotipata, che propone solo una parte della storia ma che non esaurisce tutte le combinazioni che ci sono e che sono possibili.
A volte capita che i protagonisti dei racconti periferici siano già diventati adulti, ma sempre ricordano il loro passato in un luogo dimenticato. E in un tempo, quello dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui ancora si può non avere paura di desiderare oltre quello che si ha, in cui si ha il diritto di sapere che c’è un ventaglio di possibilità, non solo una.
“[…] l’infelicità non ha sloggiato, ma la vita del borgo sa che esiste finalmente la possibilità.”
[tratto da Il borgo di Patrizia Rinaldi in Centrifuga. Fughe ritorni e altre storie, Sinnos, 2016, p.41]
a cura di Barbara Tirelli per ALTRƎTRAME
Approfondimenti:
Ti ricordi l’intervista a Giulio Fabroni per il suo libro Bitels? Anche lì si parlava di periferie e grandi città! Verso la città al ritmo di rock and roll a cura di Barbara Tirelli leggila qui
Leggi anche i nostri ultimi articoli:
Viaggiare sull'orlo a cura di Jessica Paolillo
Scop-ria-Amoci a cura di Naida Maranzana
Oggi divento io. L’importanza di educare alla scelta in età adolescenziale di Francesca Aldrighi



0 Comments:
Posta un commento