lunedì 9 marzo 2026

Viaggiare sull’orlo. Il cammino invisibile di chi attraversa il mondo in cerca di futuro.

 

Anna Granata nel suo studio Passaggi di vita. Una lettura pedagogica delle migrazioni nella società contemporanea (in N. 2 (2018): STUDIUM EDUCATIONIS - Rivista quadrimestrale per le professioni educative)

afferma che «cambiare luogo di vita in cerca di nuove prospettive è un’esperienza originaria dell’umano. Il concetto di migrazione, mutuato dal mondo animale, è tuttavia piuttosto recente nella storia dell’umanità» continua poi

«La figura del migrante, oggi più spesso definito come immigrato, è figlia del Novecento: l’altro che viene a turbare la mia casa, di status sociale inferiore a quello degli autoctoni; decidere di ospitarlo, tollerarlo, fino anche ad amarlo, è il “criterio dell’umano” (citando Emmanuel Lévinas)”»

Il diritto ad un futuro che sembra essere condiviso da tutti, ma che si scontra poi con la percezione sociale ed economica e con quel “criterio dell’umano” che ci spinge a chiederci se siamo realmente disposti a metterci nei panni dell’altro, a voler intendere senza pregiudizio e scavalcare l’orlo dell’indifferenza e riconoscersi nell’altro, rimanere umani quindi (“Stay human”, Vittorio Arrigoni).

Potrei portare tra queste righe molti albi che potrebbero ispirarti, tanto quanto lo hanno fatto con me, questo è un argomento che mi interessa molto e che investigo e studio, del quale probabilmente scriverò e leggerai ancora in questo spazio narrante condiviso, ma oggi mi soffermo su due albi che voglio condividere con te che mi stai dedicando il tuo tempo:

Una nave di nome Mexique di María José Ferrada e Ana Penyas tradotto da Maria Pia Secciani per Edizioni Clichy e Un posto chiamato casa di Victoria Turnbull traduzione di Davide Musso per Terre di Mezzo.

Una nave di nome Mexique ci porta a immergerci in una storia solo apparentemente lontana, siamo nel maggio del 1937, il Mexique salpa da Bordeaux verso il Messico; a bordo 456 bambini/e figli/e di repubblicani spagnoli. Genitori che fanno imbarcare, soli, bambini e bambine di tutte le età con la promessa di raggiungerli entro quattro mesi. Promessa che non fu mai mantenuta a causa del decorrere degli eventi che inesorabili portarono alla Seconda guerra mondiale.

Adolescenti che all’improvviso diventano adulti e come se fosse la cosa più naturale del mondo iniziano a prendersi cura dei più piccoli: “Noi piccoli ci aggrappiamo a sorelle che prima non avevamo. La mia ha undici o dodici anni. Si chiama Clara” dice la voce narrante.

Una voce piccola e potente che sa raccontare le speranze e la paura cullata da un mare che chissà, si chiede la nostra narratrice, se avrà memoria del nome di tutte le barche che lo attraversano. Un viaggio lungo dove il mare sembra non avere fine, dove i sogni sono abitati da incubi e pianti in cui la terra e la casa si sgretolano e la memoria vacilla.

Il loro destino si chiama Moreila, un nome che durante il viaggio diviene gioco di parole immaginate che piano piano si fa reale: fazzoletti bianchi animano la banchina, la mano di Clara scivola via. Insieme uniti nella stessa solitudine, come le onde, si infrangono su di una costa sconosciuta con sogni e desideri in tasca: dapprima tutto sembra ricordare una vacanza lunga, interminabile. Il sostentamento garantito cessò nel 1948, poi il governo messicano smise di provvedere a vitto, alloggio e istruzione di questi bambini/e. Molti di loro riuscirono a crearsi un futuro, comunque, non sappiamo come. Quel che è certo è che sentirono di non appartenere a nessun luogo, come chi ancora oggi è costretto a scappare dalle guerre. La narrazione intensa, struggente e poetica allo stesso tempo che caratterizza la scrittura di María José Ferrada viene amplificata ancor più dall’apparato iconografico che si basa sulle fotografie dei “bambini di Morelia” e della nave che li portò ad una vita altra dove memoria e ricordi, le carezze, le parole sussurrate all’orecchio prima della partenza, i giochi si affievolirono e furono spazzati via come sabbia al vento per lasciar posto alla necessità di conquistare un proprio futuro.

In Un posto chiamato casa troviamo un contesto diverso, ma comune per molti aspetti.

Una famiglia di formiche tessitrici le protagoniste: una madre e due figlie, Flora è il nome di una di loro.

Questa famigliola viveva in serenità nella loro piccola accogliente casetta appesa ad un albero con un filo, finché un giorno a causa dell’operato umano l’albero cessò d’essere rifugio e casa e divenne distruzione e angoscia: quel filo spezzato è irreparabile.

Flora e la sua famiglia si dovettero mettere in cammino, caricare tutti i loro averi e iniziare la ricerca di una nuova casa. Un viaggio lungo, interminabile, tra intemperie, incomprensione e paura, ma fatto anche di condivisione, incontri e scoperte.

La ricerca è estenuante, non è semplice trovare un posto che possa essere chiamato casa: sole, perse e senza illusione sembrano non aver più dove andare, ma a volte ciò che si perde può essere ritrovato, alimentato e trovare nuova luce anche grazie al senso di comunità che allontana l’indifferenza. Può divenire qualcosa di nuovo, trasformarsi in una nuova dimora, pronta ad accogliere chi come Flora e la sua famiglia si è sentito smarrito, perso e senza speranza.

Due storie che partono da due contesti diversi, ma che hanno tratti comuni: la fragilità, la paura, l’instabilità, il migrare per trovare speranze nuove. La formica tessitrice Flora ha con sé la sua famiglia fortunatamente e si sentirà sempre comunque legata a quella che è la sua memoria identitaria, i “bambini di Moreira” sentiranno invece quello sgretolarsi e quello smarrimento che la guerra porta a molti/e bambini/e rifugiati/e in un futuro dove il ricordo diventa annebbiato insieme a tutte le certezze.

C’è una poesia tratta da “Come d’estate il temporale” di Carlo Marconi e Serena Viola di Lapis edizioni, “DECIDERE” che racconta perfettamente cosa è il prendere una decisione, cosa si nasconde dietro questa parola e che stati emotivi può racchiudere:

Abbiamo incontrato in questi albi famiglie chiamate a decidere, bambini/e, ragazzi/e chiamati a camminare sull’orlo del precipizio, un precipizio che Ivan Tresoldi, in una sua poesia di strada che ho visto su un muro di Milano, racconta così:

“È sull’orlo del precipizio che l’equilibrio è massimo.”

Un equilibrio necessario, a cui a tutti aspirano , al quale ci si allena di continuo, soprattutto in un’età dove il cambiamento è all’ordine del giorno come nell’infanzia e nell’adolescenza, che è auspicabile per sopravvivere anche quando il cuore fa male, anche quando il ricordo di chi eri si affievolisce, anche quando si è attaccati al filo dell’incertezza.

A cura di Jessica Paolillo per ALTRƎTRAME


Consiglio di approfondimento e lettura:

Ministerio de Política Territorial y Memoria Democrática. (2024). Dibujos para una guerra 1936-1939: Libro digital Consultabile qui.

Una testimonianza preziosa di un periodo storico, come quello della Guerra Civile spagnola, documentato attraverso lo sguardo dei bambini e delle bambine che ne furono testimoni diretti.

Novanta disegni in totale animano le pagine della pubblicazione, selezionati tra i circa 2000 disegni conservati nelle biblioteche:

Avery Architectural and Fine Arts Library / Columbia University: AVERY LIBRARY CU; Arxiu Nacional de Catalunya: ANC; Biblioteca Nacional de España: BNE e Mandeville Library / University of California, San Diego: MANDEVILLE LIBRARY UCSD.


Se hai voglia di leggere ancora:

Lenti per guardare il mondo di Jessica Paolillo

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