Lenti per guardare il mondo - Sguardi obliqui sulla letteratura per l'infanzia e l'adolescenza
Dalle scuole superiori due lenti delineano il mio profilo: ad un certo punto ho iniziato a vedere il mondo come se vivessi in un quadro impressionista. Nemmeno così male visto che coloro che sostenevano il movimento impressionista lo raccontavano come ”un occhio che ritrova la vista dopo un accecamento, un occhio innocente”, lo riporta Arnaud Maillet (2010) nel suo “Gli occhiali. Scienza, arte, illusioni” edito da Raffaello Cortina Editore a pagina 105.
Un saggio illuminante che racconta degli occhiali intrecciando storia, filosofia, psicologia e arte e che per la prima volta mi hanno dato una visione degli occhiali alla quale non avevo mai pensato: gli occhiali, da vista, sono infatti strumenti che compensano un difetto visivo, sono una sorta di protesi che viene utilizzata dall’occhio per una mancanza, che probabilmente non verrà mai corretta.
Un oggetto che sia Maillet, nell’opera prima citata, sia Chiara Frugoni in “Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali” ci raccontano come siano attorniati da un alone di grande mistero; non abbiamo, infatti, la certezza di chi ne sia stato l’inventore.

Abbiamo però consapevolezza che nel corso della storia si siano modificati in formato, qualità e valore sociale: dal rappresentare uomini colti, ad essere simbolo di potere economico oppure totalmente rifiutati: simbolo di vergogna e vecchiaia incalzante e quindi di morte imminente. Essere mezzo di cecità e indottrinamento fino a divenire oggetto di moda: basti pensare al nostro tempo.
Oggetto di culto, elaborato e studiato da grandi designer. Ti ricordi, per esempio, gli occhiali paraluce di Bruno Munari del 1953? Grande osservatore dell’essere umano, ebbe l’idea di costruire questi occhiali che richiamavano il movimento istintivo delle mani che andavano a coprire gli occhi quando colti di sorpresa dai raggi solari, furono realizzati in cartoncino sagomato.

Pensando agli occhiali non posso non pensare a quelli iconici di Andy Warhol naturalmente.
Durante le mie ricerche per l’articolo che stai leggendo mi sono imbattuta nella fotografia di André Kertész, Mondrian’s Glasses and Pipe, Parigi, 1926 che puoi vedere QUI ed è stato come capire quanto un oggetto quotidiano come quello degli occhiali possa essere identità. Due oggetti in questo caso la pipa e gli occhiali dell’artista, sono un vero e proprio ritratto.
Una ricerca artistica e individuale che trova respiro anche in progetti come quello di Moi Aussi una galleria digitale dove artisti di tutto il mondo hanno lavorato su un unico oggetto comune: gli occhiali appunto. Ti consiglio vivamente di fare un giro tra queste opere d’arte sbalorditive.
Può l’arte essere sopravvivenza? L’occhiale, in quanto protesi, può con la sua struttura consentire all’uomo di trovare una propria visione?
La risposta la puoi trovare tra le pagine di “L’invenzione dei tuoi occhi” di Francesca Berardi con le illustrazioni di Lucio Schiavon edito da Terre di Mezzo (2024) un libro illustrato che racconta della storia di Walter, ma anche di una profonda amicizia tra Walter e Francesca, tra Stati Uniti e Italia, dove le illustrazioni di Schiavon e la sua ricerca coloristica accompagnano la narrazione e ne danno una dimensione a tratti onirica.
Walter è salvadoregno ed è arrivato a Brooklyn dopo un lungo viaggio da clandestino, lavora e vive un centro di smistamento. Francesca lo incontra la prima volta in questo luogo che sembra una realtà altra, un incontro che avviene per lavoro, sta scrivendo infatti dei canner: persone che recuperano lattine per guadagnare qualche spicciolo.
Walter, in questa narrazione, ti accompagna passo dopo passo nel suo viaggio, ti fa provare la paura e le incertezze che lui ha vissuto, ti tocca nel profondo e delicatamente ti fa entrare nella sua vita.
Francesca Berardi riesce a raccontare egregiamente attraverso una serie di ricordi intimi e delicati un’amicizia reale e magica: fatta di ascolto, fiducia e priva di qualsiasi giudizio o preconcetto.
Francesca viene colpita inizialmente da un particolare: “I miei occhi erano ossessionati dal fatto che non riuscivano a vedere i suoi. E restavano invece incollati sui bizzarri occhiali di cartone che portava.”




Walter costruisce occhiali e ha iniziato a farlo proprio durante la sua traversata a piedi verso gli Stati Uniti. In quegli occhiali possiamo avere prova tangibile di quanto valore intrinseco si possa nascondere in un oggetto. Non solo oggetto artistico e culturale, ma rifugio: quegli occhiali consento a Walter di guardare il mondo, ma allo stesso tempo di divenire invalicabile, o poco percettibile e quindi invulnerabile: gli occhi si dice siano lo specchio dell’anima e Walter in quelle lenti di cartone, intagliate pensate ed elaborate sempre in modo diverso riesce a trovare una sua dimensione, riesce a guardare il mondo ed essere guardato senza esporsi troppo. Una percezione individuale del reale salvifica.
E allora ti invito a pensare. Non trovi che ognuno di noi indossi degli occhiali più o meno visibili che si compongono di vari elementi: culturali, ottici, sociali…?
Inconsapevolmente troviamo nel nostro guardare, che è unico al mondo, un’ancora di salvezza alla quale appigliarsi nel vivere quotidiano.
Ora sta a te scegliere quale tipo di lenti indossare per guardare ciò che ti circonda.
©Jessica Paolillo per ALTRƎTRAME
Curiosità e approfondimenti:
Nel libro c’è un vero e proprio apparato fotografico dedicato alle creazioni di Walter, che sono in possesso dell’autrice. Gli occhiali di Walter sono stati anche esposti in occasione del Borderline Arte Festival.
Se ti incuriosisce la storia degli occhiali e differenti modelli elaborati nei secoli non puoi perderti il Museo dell’occhiale, dell’Ottica Vascellari .
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