AD OCCHI CHIUSI. Cosa vedo quando non vedo - Sguardi obliqui sulla letteratura per l'infanzia e l'adolescenza


E se chiudessi gli occhi?
In fondo uno sguardo obliquo, ad occhi chiusi, rimane pur sempre uno sguardo obliquo.
Posso spostarmi avanti, indietro, di lato, di sotto e di sopra.
In diagonale!
Gioco a mosca cieca.
Sono al buio qui, ma ci sono un sacco di colori.
Io vedo con i miei occhi chiusi e tu, che invece ce li hai aperti, non riesci a vedere dove guardo.
Rimango in incognito. Meglio.
Molto utile, soprattutto nelle capriole. Quelle all’indietro.
Non ti accorgi se inciampo, posso provare e riprovare.
D’altronde non vedo bene neanche io, che pensi, non ho forse gli occhi chiusi?
Prima o poi ci riuscirò.
E finalmente ecco che lo sguardo fa il giro, diventa una parabola, riesce a vedere anche quello che prima non riusciva.
Cammino all’indietro, salto all’indietro.
Vado a ritroso. E ingrandisco i dettagli.
Quanto sono grandi, adesso!
Quasi mi schiacciano, ma almeno ora li vedo.
Subito un odore, un sapore, mi portano ancora più indietro.
Nel tempo e nello spazio.
Dove sono?
Ricordati chi sei!
Da dove vieni!
Da dove vieni?
Ma io veramente vorrei andare avanti…
E allora chiudi gli occhi, ancora più forte.
Viaggia con la mente, sorvola cieli inesplorati.
E adesso riaprili, guarda che spettacolo!
Hai paura da quassù?
Allora chiudili di nuovo e qualsiasi cosa accada
non guardare giuuuuuuuù!
Dove sono?
Ah sì. Ora ricordo.
La mia forza più grande è la memoria.
La mia debolezza più grande è la memoria.
La solitudine di ricordare visi, parole, canzoni, sensazioni, sapori, voci.
Ma soprattutto nomi.
Scusa e tu chi saresti? Non mi ricordo.
Non c’è offesa più grande.
Dicono che se impari ad andare in bicicletta, poi non te lo dimentichi più.
E io, che non ho mai imparato?
Posso, adesso?
No scusa. Con gli occhi chiusi, no.
Ma dai, è solo un sogno!
Sogno anche ad occhi aperti, se vuoi.
E vedo di nuovo quei visi, ascolto parole e canzoni, provo ancora quelle sensazioni,
assaporo i sapori, sento ancora quelle voci.
E cosa dicono?
Scordatelo!
Scordalo!
Staccalo dalla corda.
Levalo dal cuore.
Così non lo ricorderai più.
E infatti, non lo vedo più.
Ma io lo voglio ricordare.
Che bugia, la volontà.
Allora guarda dentro.
Ora lo vedo!
E tu, lo vedi?
Scusa ma perché non me l’hai detto prima?
Già, perché così non vale.
Me lo segno.
Nell’esplorazione di uno sguardo obliquo, ho scelto di chiudere gli occhi.
E in un dialogo semiserio con me stessa, ho visto.
Non con gli occhi, certo, ma con la memoria, con i sensi, con le mani, con le orecchie.
Con il ricordo.
A volte ci si ostina a voler vedere, cercando qualcosa che non c’è.
A quel punto è meglio chiudere gli occhi e guardare da un’altra parte.
E lì si apre un mondo.
Fatto di passato, ma anche di promesse di futuro. Quelle che possiamo immaginare.
Perché ad occhi chiusi si vede benissimo, soprattutto quello che abbiamo bisogno di vedere.
Ma in che modo è possibile leggere, senza vedere?
Subito viene in soccorso la pratica della lettura ad alta voce, io chiudo gli occhi e tu leggi per me. In questo modo è possibile immaginare, dare sfumature e contorni all’ascolto, vedere quello che sento, e forse capirlo di più.1
Quando all’atto del leggere, c’è chi preferisce chiudere gli occhi.
Perché è complicato, perché non ci riesco, perché non lo capisco.
Se invece ascolto, allora immagino e lo comprendo meglio. Allora dai, leggilo tu.
E poi ad occhi chiusi, si può leggere lo stesso.
Nel manuale ABC – I primi passi per la realizzazione di un libro tattile illustrato di Roberta Bridda, Start edizioni (2023) veniamo introdotti al concetto di lettura aptica: è la mano che legge. Impegnarsi nella costruzione di un albo illustrato tattile significa prima di tutto entrare nell’idea di un cambio di paradigma, passare dalla percezione visiva a quella tattile. Citato nel manuale è il saggio Die Formenwelt del Tastsinnes di Gera Révész (1938) in cui vengono elencati i dieci principi della percezione manuale, tra cui il numero 2. Principio della successività: se l’oggetto è più grande della mano, l’esplorazione tattile avviene per passi successivi, la conoscenza dell’oggetto intero avviene gradualmente:
Nell’esplorazione visiva non si ha bisogno del corpo: da fermi, quasi passivamente, possiamo osservare i particolari di uno spazio o un elemento soltanto muovendo la testa e gli occhi.
Il campo visivo, nelle condizioni ottimali, è illimitato. Nell’esplorazione tattile, invece, il corpo e il movimento hanno un ruolo fondamentale: il campo esplorativo è dato dalla possibilità del contatto fisico attivo con gli elementi dello spazio, quindi, quello che non si arriva a toccare è escluso dalla conoscenza tattile.


Quello che non tocco, non conosco. Non ancora, almeno.
Con la vista, invece, si ha la possibilità di vedere tutto, anche ciò che ancora non riusciamo a comprendere, ma allo stesso tempo può capitare di non capire fino in fondo proprio quello che abbiamo davanti agli occhi.
Serve del tempo. Un tempo che non è uguale per tutti, a ognuno il suo.
Un tempo per imparare a vedere, a conoscere e a ri-conoscere.
Si rende necessaria, dunque, una modalità di lettura alternativa, in cui il legame tra vista e comprensione non sia così scontato e lo scorrere del tempo (e delle pagine) non sia quello canonico.
Ad esempio albi come Look Book di Tana Hoban, Camelozampa (2023) o Flutti di David Wiesner, orecchio acerbo (2022), utilizzano il potere del linguaggio visivo al servizio di una narrazione non convenzionale, che invece di andare avanti torna indietro e che dal particolare si apre e si allarga sulla scena nella sua interezza. Un modo diverso di raccontare che ci permette di sostare sui dettagli, di immaginare cosa viene dopo (prima?), in una ricerca che diventa esplorazione di qualcosa che sembra in quel modo, ma in quel modo non è. Vediamo sì, ma non quello che crediamo di vedere.
E pian piano, nel cammino a ritroso, impareremo anche a volare, forse.


Per ultima, dunque, una lettura dall’alto, per vedere le cose da una prospettiva diversa e cambiare punto di vista. Come accade al protagonista de Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf, Iperborea (2024).
Un ragazzino impertinente e presuntuoso viene trasformato in folletto e avrà a disposizione 667 pagine (a proposito di tempo!) per viaggiare da un capo all’altro insieme a uno stormo di oche selvatiche e capire e apprezzare il mondo animale, mettendosi nei loro panni, vivendo la loro vita, guardando con i loro occhi.

Mettendosi in discussione, certo.
Perché la verità non è sempre quella che crediamo di vedere.
C’è bisogno di una distanza, se guardo le cose dall’alto le vedo nel loro insieme
e le comprendo un po’ di più, mi sembrano più piccole e non mi fanno poi così paura.
Ed ecco che la pesantezza della terra evapora e io mi sento più leggera.
Almeno fino a quando non dovrò atterrare di nuovo.
di Barbara Tirelli per ALTRƎTRAME - ©Tutti i diritti riservati
Approfondimenti ad occhi chiusi:
Cosa c’è dietro? Libri per immaginare e vedere ciò che è al di là della parete:
Gaiman, N., Coraline, Mondadori (2022);
Gaiman, N., McKean, D., I lupi nei muri, Mondadori (2023).
L’impossibilità di vedere bene (nonostante gli occhiali!) e la continua ricerca di qualcosa:
Werner, H., Wolf, E., Chi me l’ha fatta in testa?, Salani (2016).
Giochi di ombre e prospettive: spesso quello che vediamo non corrisponde alla realtà:
Timmers, L., Dov’è il drago?, Pulce edizioni (2022);
Gorelik, K., Un lupo alla finestra?, orecchio acerbo (2022).
Ognuno vede quello che riesce o che vuole vedere anche se guardiamo la stessa cosa. Qual è quella giusta?
Vignocchi, C., Borando, S., Ho visto una talpa, Minibombo (2019);
Borando, S., Cose mai viste, Minibombo (2019);
Browne, A., Voci nel parco, Camelozampa (2017).
Una mappa non convenzionale per viaggiare alla ricerca di dettagli e curiosità:
Mizielinska, A., Mizielinski, D., Mappe, Electa Kids (2020).




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