giovedì 23 luglio 2026

Quando l’ansia toglie il respiro

Ci sono momenti in cui l’ansia si manifesta nel corpo prima ancora che riusciamo a darle un nome: la gola si restringe, lo stomaco si annoda, il cuore accelera, il respiro sembra fermarsi, incapace di trovare la strada per uscire. Altre volte arriva in modo meno evidente, nascosta dietro una lista di cose da fare, un compito da controllare, ancora una volta, la paura di aver dimenticato qualcosa, la sensazione di non poter sbagliare.

Dell’ansia è difficile parlare, chi la conosce sa che non rimane confinata nei pensieri, ma attraversa il corpo e modifica il modo in cui guardiamo ciò che ci aspetta, la realtà che ci circonda. Tutto può apparire più difficile, più minaccioso, impossibile da sostenere, soprattutto quando ci troviamo davanti a qualcosa che dobbiamo affrontare senza sapere se possediamo davvero gli strumenti per farlo.

Saremo capaci? Riusciremo a sostenere ciò che ci viene chiesto? Gli altri ci vedranno, ci riconosceranno, ci apprezzeranno? Saremo abbastanza preparati, forti, adeguati a quel compito, a quella situazione, alla vita che abbiamo immaginato o che qualcuno ha immaginato per noi?

L’ansia, in qualche misura, appartiene a tutti. Esiste una tensione che ci rende vigili, ci prepara ad affrontare una prova, ci invita a raccogliere le energie perché ciò che stiamo per vivere conta davvero. Ma esiste anche un’ansia che cresce, straripa e finisce per occupare ogni spazio, fino a bloccarci. È quella che nasce dalla paura di fallire, dalle esperienze che ci hanno feriti, dalla fiducia tradita, dalle parole non dette che muoiono in gola, dal timore di non essere mai abbastanza, dal dolore provocato da situazioni dalle quali vorremmo soltanto scappare e non potevamo farlo.

Qualche volta cresce nel silenzio, quando non sappiamo con chi parlare o non riusciamo a trovare le parole per raccontare ciò che ci sta accadendo. Altre volte le parole le troviamo, ma non sappiamo a chi rivolgerci perché proviamo paura e vergogna, oppure chi dovrebbe ascoltarci non possiede gli strumenti per comprenderle o non vuole farlo; perché accogliere la fragilità di un’altra persona significa anche mettere in discussione le proprie aspettative, le proprie responsabilità e l’immagine che si era costruita di lei.

Non sempre chi occupa una posizione di cura, nella vita personale come in quella scolastica o lavorativa, riesce davvero a prendersi cura. Può non vedere, non capire, minimizzare o lasciarci sospesi in una condizione di incertezza. Così all’ansia per ciò che dobbiamo affrontare si aggiunge la solitudine di chi sente di doverlo fare senza poter contare su uno spazio sicuro nel quale essere accolti.

Molti ragazzi e ragazze convivono con questa sensazione, ma certamente non riguarda soltanto loro. Durante l’adolescenza, tuttavia, il conflitto può diventare ancora più forte: si cerca di comprendere chi si è mentre intorno si moltiplicano richieste, confronti, giudizi e aspettative su chi si dovrebbe diventare. In questa distanza, tra ciò che si sente e ciò che viene richiesto, tra il bisogno di essere riconosciuti e la paura di deludere, l’ansia può diventare una presenza costante.

È in questo spazio che si muovono Finley e Lily, le protagoniste dei due romanzi che ho scelto per parlare di ansia.

I giorni verdi e i giorni blu di Finley

“Giorni verdi Giorni blu” di Claire Legrand, traduzione di Alice Casarini, pubblicato da Giralangolo
“Giorni verdi Giorni blu” di Claire Legrand, traduzione di Alice Casarini, pubblicato da Giralangolo

In Giorni verdi e giorni blu di Claire Legrand, pubblicato da Giralangolo, Finley Hart ha quindici anni e sente che la sua famiglia sta andando in pezzi. I genitori non vanno più d’accordo, hanno bisogno di ripensare al proprio rapporto e decidono di mandarla a trascorrere l’estate dai nonni paterni, che la ragazza non ha mai conosciuto perché il padre si è allontanato da tempo dalla famiglia d’origine.

La famiglia nella quale Finley arriva sembra, almeno all’apparenza, una famiglia perfetta. Ci sono i nonni, le zie, i cugini e una casa attraversata da abitudini, legami e ricordi ai quali lei non ha mai avuto accesso. Tutti sembrano sapere come comportarsi, quale posto occupare e in che modo appartenere a quel mondo. Finley, invece, si sente sbagliata, fuori luogo, incapace di aderire a quell’immagine ordinata nella quale vorrebbe riuscire a entrare.

Lei possiede però Everwood, il luogo immaginario nel quale si rifugia nei momenti felici, un regno fantastico che sembra prendere vita nel bosco dietro la casa dei nonni. Proprio lì, insieme ai cugini e ai tre fratelli Bailey che vivono sulla collina di fronte, nonostante il divieto degli adulti di frequentarli, Finley comincia a vivere avventure che sembrano appartenere contemporaneamente alla fantasia e alla realtà.

Everwood è il luogo dei suoi giorni verdi, quelli nei quali riesce a sentirsi libera, coraggiosa, capace di appartenere a qualcosa. Sono giorni di esplorazioni, amicizie, possibilità inattese e sensazioni che forse non aveva mai conosciuto davvero.

Ma ci sono anche i Giorni Blu.

Sono i giorni in cui le preoccupazioni per i genitori le stringono lo stomaco e l’ansia le blocca il respiro. Giorni nei quali tutto appare più faticoso, le domande diventano insostenibili e Finley vorrebbe soltanto scomparire dentro il proprio letto, sottrarsi agli sguardi e non dover spiegare a nessuno che cosa le sta succedendo.

Come si raccontano i giorni blu a una famiglia che sembra non averne? Come si può dire di sentirsi fragili, impauriti o inadeguati quando gli altri appaiono perfettamente capaci di affrontare la vita? Finley teme che parlare significhi confermare ciò che già sospetta di sé: di essere diversa, sbagliata, incapace di appartenere veramente a quella famiglia.

Per questo cerca di nascondere i giorni blu e di vivere pienamente quelli verdi, come se l’unico modo per essere accolta fosse mostrare soltanto la parte avventurosa, luminosa e coraggiosa di sé. Eppure il bosco nasconde un segreto che Finley è decisa a scoprire, e le risposte che cerca non si trovano soltanto tra gli alberi o nella storia della sua famiglia, ma anche dentro di lei.

Everwood non elimina l’ansia e non cancella i problemi, ma le offre un luogo nel quale attraversarli, nel quale sentirsi libera e pienamente se stessa. La fantasia non diventa una fuga dalla realtà, quanto piuttosto uno spazio simbolico in cui le paure possono assumere una forma, essere affrontate e, soprattutto, condivise con qualcuno.

Forse i giorni blu non si superano fingendo che non esistano. Forse si comincia a respirare quando si smette di considerarli una colpa o una mancanza e si trova qualcuno davanti al quale non sia necessario nasconderli.

Lily e il peso della perfezione

“Il mio nome è Lily” di Erin Stewart, traduzione di Silvia Cavenaghi, pubblicato da Garzanti
“Il mio nome è Lily” di Erin Stewart, traduzione di Silvia Cavenaghi, pubblicato da Garzanti


L’ansia, però, non si presenta sempre come una fragilità evidente. Qualche volta prende la forma dell’efficienza, dell’eccellenza e di una vita apparentemente sotto controllo.

La sedicenne protagonista di Il mio nome è Lily scritto da Erin Stewart e pubblicato da Garzanti sembra la ragazza perfetta: ottiene voti altissimi, è un’atleta, possiede grandi capacità e sembra sapere esattamente quale strada seguire. Eppure il suo mondo è crollato quando la sorella Alice è stata ricoverata in ospedale dopo essersi fatta volontariamente del male.

Lily sente di dover tenere insieme ogni cosa. Deve essere la figlia che non crea altri problemi, aiutare Alice quando tornerà a casa, sostenere i genitori e continuare a raggiungere risultati eccellenti. Deve inoltre collaborare con Micah a un progetto scolastico sulla poesia che potrebbe permetterle di ottenere una borsa di studio.

Micah, però, conosce Alice perché entrambi sono stati ricoverati nello stesso ospedale. Gli altri lo considerano “matto”, strano, instabile, qualcuno da cui sarebbe meglio tenersi lontani, e Lily teme ciò che la vicinanza con lui potrebbe suscitare in lei, nella sua famiglia e nelle persone che la circondano.

Sommersa dalle preoccupazioni e dal senso di responsabilità, cerca di controllare ogni aspetto della propria vita. Compila liste, organizza le giornate, pianifica gli obiettivi e continua a chiedere sempre di più a se stessa. Eppure, anziché rassicurarla, il controllo finisce per trasformarsi in un’altra forma di prigionia: il cuore accelera, il respiro diventa affannoso e Lily comincia a temere di avere qualcosa che non va, di perdere il controllo o di diventare come l’immagine spaventosa che gli altri le hanno restituito della sofferenza psichica.

Ha paura di non riuscire ad aiutare Alice, di deludere i genitori, di non ottenere la borsa di studio, di tradire le aspettative degli altri, ma anche quelle che lei stessa ha costruito intorno alla propria vita. La perfezione, che dovrebbe proteggerla, finisce per esporla ancora di più alla paura di fallire.

Con Micah e attraverso la poesia, però, Lily trova uno spazio differente. Le sue poesie scritte sui muri le permettono di uscire dai margini, di dire ciò che non riesce a raccontare apertamente e di lasciare emergere una parte di sé meno ordinata e meno controllabile, ma anche più vera.

Sono proprio questi momenti con Micah quelli in cui si sente libera: quando non deve sostenere l’immagine della ragazza impeccabile, quando può permettere alle parole di rivelare le sue paure, le sue insicurezze e ciò che non ha mai avuto il coraggio di confessare.

Eppure anche questa libertà la spaventa. Lasciarsi vedere significa esporsi al giudizio, ammettere di non poter tenere tutto sotto controllo e riconoscere che la sofferenza di Alice ha aperto una frattura anche dentro di lei. Significa forse tradire le aspettative degli altri e accettare che la strada che ha seguito fino a quel momento non sia necessariamente, per lei, l’unica possibile.

L’ansia di Lily cresce proprio lì, nello spazio tra la persona che crede di dover essere e quella che lentamente comincia a intravedere, tra la vita perfettamente programmata e una parte più intima che chiede di essere ascoltata.

Finley e Lily reagiscono in modo apparentemente opposto. Finley vorrebbe nascondersi e scomparire sotto le coperte, mentre Lily riempie ogni spazio con liste, allenamenti, obiettivi e risultati. Una si ritira, l’altra continua a fare. Eppure entrambe cercano di nascondere ciò che provano perché temono che la loro ansia le renda sbagliate, fragili o incapaci di occupare il posto che gli altri hanno immaginato per loro.

Entrambe si muovono tra ciò che viene loro chiesto e ciò che desiderano, tra il bisogno di appartenere e la necessità di riconoscersi, tra l’immagine costruita dagli altri e una parte interiore che reclama spazio.

Forse è proprio da questa distanza che molte volte nasce l’ansia. Dalla necessità di aderire a una vita incasellata, piena di doveri e obiettivi, senza domandarsi se quella vita ci appartenga davvero. Dal bisogno di essere approvati, dal timore di deludere, dal terrore di non essere abbastanza e dalla paura di compiere scelte difficili, impopolari o semplicemente diverse da quelle che gli altri hanno pensato per noi.

Quante delle aspettative che cerchiamo di soddisfare sono realmente nostre? Quanto fiato perdiamo nel tentativo di non deludere nessuno? E che cosa accadrebbe se, almeno per un momento, smettessimo di cercare di essere impeccabili urlando agli altri ciò che sentiamo e che continuiamo a tacere?

L’ansia non è soltanto un nemico da sconfiggere o una presenza da zittire. Non credo che debba essere idealizzata e nemmeno che si possa sempre attraversarla da soli, soprattutto quando diventa così pervasiva da impedirci di dormire, concentrarci, respirare o vivere pienamente le relazioni. In questi casi chiedere aiuto significa riconoscere che qualcosa dentro di noi ha bisogno di cura.

Ma l’ansia è anche una parte viva ed energica di noi, una parte che si agita quando qualcosa è importante, quando abbiamo paura di perdere, di fallire o di non essere riconosciuti. Può essere la voce che ci segnala che una situazione ci sta chiedendo più di quanto riusciamo a sostenere, che stiamo vivendo secondo aspettative che non ci appartengono più o che esiste un dolore al quale non abbiamo ancora dato parole.

Non sempre, allora, chiede soltanto di essere calmata. A volte chiede di essere ascoltata, accolta e nutrita. Chiede uno spazio nel quale poter esistere senza occupare tutto, un linguaggio attraverso il quale raccontarsi e qualcuno capace di rimanere accanto a noi mentre proviamo a comprenderne il significato.

Ma come si ascolta l’ansia senza permetterle di governare la nostra vita? Come possiamo accogliere ciò che vuole dirci senza lasciare che sia soltanto la paura a scegliere per noi? E come si impara a distinguere la sua voce da tutte le altre che ci abitano?

Finley e Lily cominciano a respirare non perché i problemi scompaiano, ma perché smettono lentamente di credere di doverli nascondere o risolvere da sole. Trovano luoghi, persone e parole attraverso cui ciò che sembrava indicibile può finalmente emergere.

Forse il respiro torna proprio da qui: dalla possibilità di non essere perfetti, di raccontare anche i nostri giorni blu e di essere riconosciuti non soltanto per ciò che riusciamo a fare, ma per ciò che siamo, anche quando abbiamo paura, ci sentiamo inadeguati o non sappiamo ancora quale strada prendere.

Quale parte di noi cerca di farsi ascoltare quando arriva l’ansia? Che cosa stiamo sostenendo da troppo tempo? E chi è disposto a rimanerci accanto mentre proviamo, finalmente, a riprendere fiato?

di Naida Maranzana per ALTRƎTRAME

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